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23:10, 04 aprile, 2007

ATTENZIONE! QUESTO BLOG E' FALLITO!
utente anonimo
15:18, 27 luglio, 2006

wittgenstein è il personaggio di un film di derek jarman, giusto? ma è esistito davvero?
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01:12, 05 aprile, 2006



Quattro libri segnano il clima che, a questo proposito, si definisce nel corso degli anni Sessanta, e diventano presupposti teorici irrinunciabili per tracciare il terreno nel quale maturerà il nodo problematico dei rapporti tra arte, tecnologia e comunicazione. Nel 1957 il sociologo americano Vance Packard pubblica I persuasori occulti, dove analizza e decostruisce i meccanismi che determinano il consenso dell'opinione pubblica grazie alla comunicazione televisiva (che già negli anni Cinquanta in USA era preponderante), specialmente attraverso la pubblicità. Nel 1964 compaiono, sempre in America, L'uomo a una dimensione di Herbert Marcuse (filosofo tedesco emigrato a New York, formatosi con la scuola di Francoforte), analisi del progressivo appiattimento delle coscienze nella società industriale avanzata; e Gli strumenti del comunicare del sociologo canadese Marshall McLuhan, impegnato invece a sottolineare gli effetti positivi del progresso delle tecnologie della comunicazione nell'insieme della società e della comunità (sono suoi il famoso slogan "il mezzo è il messaggio", e la metafora del villaggio globale). Nel 1967 invece Guy Debord, intellettuale francese di formazione letteraria, "artista" e agitatore politico, pubblica La società dello spettacolo, testo teorico fondamentale della Internazionale Situazionista, nel quale viene analizzata la trasformazione della vita in "spettacolo" (come metafora di falsificazione) attraverso l'alienazione della "realtà", effetto della congiunzione tra produzione capitalistica e industrializzazione della cultura.
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01:24, 10 marzo, 2006

ma guarda che è lo stesso w. a rendersi conto della limitatezza del campo di applicazione delle leggi del tractatus... difatti poi sviluppa nuove tesi e si mette a parlare, nelle philosophical investigations, di giochi linguistici, nei quali fondamentalmente infila tutte le pratiche linguistiche non logiche (o non *strettamente* logiche, nel senso di non intese a rappresentare il mondo nella sua necessità).
utente anonimo
20:16, 09 marzo, 2006

In realtà il problema wittgenstein c'è: appunto nella necessaria conclusione che i tentativi di normalizzare il linguaggio si sfanno sfuggire l'essenza del fenomeno, il linguaggio come serbatoio d'ideologia, che queste leggi le infrange
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01:56, 08 marzo, 2006

questo scambio di commenti dimostra soltanto due cose:
1) che non avevo capito un cazzo di cosa volevi dire.
2) uhm, no... ne dimostra solo una.

comunque su wittgenstein quello che dovevo dire l'ho detto e lo riporto: "quando dici 'qualora gli effetti siano sproporzionati alle cause, ne consegue che gli effetti non sono tali e nemmeno le cause' secondo me stai dicendo in un altro modo ciò che wittgestein ha assunto come il presupposto fondamentale della sua filosofia, e cioè che una proposizione, se vuole essere vera, deve essere una manifestazione della realtà".
che mi sembra una sintesi egregia di w.
utente anonimo
23:11, 06 marzo, 2006

L'esempio a cui pensavo (ovviamente s'intende proporzione come metafora e non come esatto rapporto numerico) è Calderoli - o chiunque - che parla di libertà. Lo studio del linguaggio naturale con la logica poco c'entra, anzi... è inversamente proporzionale :)
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#9  
23:09, 06 marzo, 2006

Le due "conseguenze" erano lapidari commenti a vicende di attualità. La loro forma causale è dialettica, argomentativa, non logica. Uno/ Nell'analisi di fenomeni non ha senso collegare un fenomeno (moti) ad una causa presunta (vignette), e lamentarsi della sproporzione. E' un principio evidente in scienza, assai meno in politica. Due/ E' un'ipotesi di teoria dell'ideologia come proporzionalità inversa tra linguaggio e riferimento. Ovvio che il linguaggio inteso come ideologia è il contrario del linguaggio "perfetto" della logica, inteso come descrizione della realtà: l'ideologia è il linguaggio imperfetto. Il resto, in inglese, è un pezzo di un articolo che sto scrivendo, riguarda il linguaggio come procedimento telelogico - o teleomorfico. Visto che il mio wittgenstein è un po' impolverato, m'interessa sapere quali somiglianze hai trovato.



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#8  
19:42, 03 marzo, 2006

>Comunque non voleva parlare di logica.

il post non parla di logica, però la usa, o almeno così crede di fare, o vuol far credere di fare.
ma sono sicuramente io ad essere troppo pignolo. vedo il titolo ("conseguenze"), vedo la struttura del post (che richiama la struttura di un procedimento logico) e in quello stesso momento il pignolo invasato che è in me parte con un'elucubrazione di questo tipo:

*volendo essere rigorosi*, più che di sproporzione si deve parlare di *non coincidenza* tra cause ed effetti, perché solo così si esauriscono tutti i casi possibili. e quando si parla di non coincidenza non ha senso prediligere la casistica per eccesso. cioè non si vede perché la casistica per difetto non debba avere la stessa valenza di quella per eccesso, anche se la differenza strutturale è evidente: nel caso del difetto, si ha comunque uno spazio delimitato tra lo zero e il punto della coincidenzza (tra zero parole e il numero giusto di parole), nel caso dell'eccesso invece si parte dal punto della coindicenza (il numero giusto di parole) e si va a infinito (lo sproloquio delirante).

in pratica, seguendo questo ragionamento, si arriva a dire, oltre che "se le parole sono troppe manca il riferimento" o "più manca il riferimento, più sono le parole" (che è precisamente quello che volevi dire tu), anche "manca il riferimento se le parole difettano". e cioè, sostanzialmente, prendendo spunto da un'idea del post arrivavo a dire, wittgensteinianamente, che il post stesso non voleva dire niente (perché, perlappunto, mancava un punto 3 e quindi difettava di parole).


>parla delle stesse cose?

quando dici "qualora gli effetti siano sproporzionati alle cause, ne consegue che gli effetti non sono tali e nemmeno le cause" secondo me stai dicendo in un altro modo ciò che wittgestein ha assunto come il presupposto fondamentale della sua filosofia, e cioè che una proposizione, se vuole essere vera, deve essere una manifestazione della realtà (ossia di ciò che è), anche se bisogna dire che lui non ha parlato proprio di causa ed effetto a proposito del rapporto tra mondo e linguaggio.
se poi tu nelle intenzioni vuoi andare a parare da un'altra parte, non importa: secondo me ti stai comunque muovendo nel campo di wittgenstein, e cioè nella critica del linguaggio. ma ripeto: secondo me. il fatto che a te non freghi nulla di w., o che tu non lo conosca o chessò, mi impone semplicemente di stare zitto, perché è ovvio che non ho nessun diritto di venirti a dire cosa devi pensare o cosa vuoi pensare. quando ho detto "ma wittgenstein che ci sta a fare?" l'ho fatto solo in modo provocatorio.

un'ultima cosa. il pezzo in inglese da dove viene?
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#7  
19:33, 28 febbraio, 2006

Non lo so. Parla delle stesse cose? Comunque non voleva parlare di logica. C'è tutta una linguistica fuori dalla logica.
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#6  
00:29, 28 febbraio, 2006

io invece sto con gli ippopotami.
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#5  
18:58, 23 febbraio, 2006

già, libertà, giusto, giusto, per carità.
solo che mi pare che la libertà non c'entri molto con la logica.
comunque non volevo dire che si deve pensare per forza wittgenstein quando si parla di linguaggio (il mio nick non c'entra con wittgenstein, tanto per chiarire). molto più semplicemente, mi sembrava che il post parlasse delle stesse cose di cui parlava lui.
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#4  
00:21, 23 febbraio, 2006

Wittgenstein non lo so, non ho pensato a Wittgenstein (a meno che si debba pensarlo comunque, quando si parla di linguaggio). Comunque intendevo proporzione senza cambiamento di segno: si usano le parole tanto più manca il riferimento. In riferimento al vocabolario ideologico, ai grandi principi invocati per coprire il vuoto che nascondono. Libertà, per dire.
utente anonimo
#3  
21:02, 22 febbraio, 2006

ma scusa, spoporzione significa anche per difetto. in questo senso è possibile utilizzare anche *meno* parole del necessario.
e in questo senso anche questo stesso post risulta effettivamente carente di un pezzo, e cioè di un punto 3 che a questo punto suonerebbe pressappoco così: 3. poiché le parole servono a sostituire le cose, ne consegue che *la carenza* delle parole è direttamente proporzionale all'assenza di riferimento.
ma wittgenstein che ci sta a fare?
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#2  
03:29, 22 febbraio, 2006

Eh, scusa. Non sono riuscito a mandarle a tutti, e poi ho perso il conto. Ma la tua è una storia bellissima.
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#1  
01:15, 22 febbraio, 2006

Il Clown ha chiesto una copia...
ma non vedendola arrivare...
è partito...
all'estero il Menabò l'ho ha accolto,
anche se solo alla terza volta...
e in una plastica blu, un libro blu
gli ha consegnato
in cambio di un foglio blu + 3 dischi piatti bicolore...
Copia 25 di 50... mel mezzo è la virtù
come la pagina centrale che ha manifestato la virtù di volare, per essere libera, per contunuare nell'utopia di gummo: essere altro dal suo inventore...
Leggere, qualsiasi cosa...
a qualsiasi costo!!!

Clown
P.S.: il Clown in utima pagina ha stampato un sorriso di soddisfazione e malinconia...
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