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#56
09:48, 09 marzo, 2005
..."evidentemente" leggi con le famose lenti del pregiudizio.
Rinuncio ad ogni terapia; speriamo nel tempo, che scorre, che è medico e che è galantuomo. ;)
Abbracci.
Friedrich
Dilifa
#55
23:46, 08 marzo, 2005
Caro Friederich,
Ho commentato il tuo post perchè invece di critica le tesi di Marcelli, ti limiti a screditarla con dei giudizi del tutto gratuiti, con una strategia che ricorda da vicino l'ossessione anticomunista del nostro amato presidente. Quelle di Marcelli sono "opinioni nel senso che le opinioni prevalgono sui fatti, fatti che sono solo strumentalmente utilizzati per avvalorare le opinioni" (mentre al contrario soltanto tu e chi la pensa come te lavora per il bene del prossimo), "opinioni politicamente orientate secondo presupposti di natura ideologica" (mentre evidentemente tu ti limiti ad osservare le cose nella loro pura oggettività), etc. Se si frequenta un blog dichiaratamente neo-conservatore solo per leggerci dei commenti che si condividono e si attaccano brutalmente coloro che si permettono di dissentire, beh, mi sembra una pratica un po' onanista.
Infine, non sono stato io a scrivere: "egregio imbecille denominatosi Zona22", "Dare dell'imbecille a quelli che scrivono le cose che scrivi tu non è turpiloquio: è dire la verità", "Zona22, sembri talmente imbecille", "se non sei in realtà un imbecille" etc. Io, in quel mio commento, non avevo offeso nessuno. Quindi non vedo a chi e perchè dovrei chiedere scusa. Non ritengo di essere un imbecille, quindi non ti manderò a cagare se non in misura del tutto "terapeutica".
Baci
zonaventidue
#54
18:18, 06 marzo, 2005
Zona22, sembri talmente imbecille che spiegarti perché ciò accada è un atto di pietà cristiana. Quindi ti dedico 5 minuti.
Chi ha postato l'articolo a firma F.Marcelli (può essere stato astrattamente chiunque, e l'ha incollato non solo in questo blog) l'ha prelevato dal sito dei Giuristi Democratici. Ha incollato un testo ponderoso con pretese di scientificità giuridica (scritto nel 2003) nei commenti di un blog. Io ritengo che un atto del genere, per tutta una serie di ragioni che forse comprendi da solo, sia una provocazione.
Orbene, considerato che qualche nozione di diritto ce l'ho, che il testo di Marcelli l'ho letto circa un anno fa e che conosco bene le matrici ideologiche cui si ispira (peraltro emergenti nel post qui criticato), ho ritenuto di fare cosa buona e giusta avvisando lettori meno attrezzati, come scrivevo, che non si facessero impressionare dall'apparente obiettività e rigore scientifico del commento.
Ho scritto che non avevo il tempo per contestare la marea di cazzate scritte nel testo di Marcelli ma ho evidenziato un esempio, della parzialità denunciata, talmente evidente da mettere in crisi tutta l'apparente credibilità del testo.
Non ho detto che io avevo la verità in tasca, non ho detto che io portavo fatti, non ho poi tirato in ballo la mia cattolicità.
A quel punto intervieni tu che, invece di commentare il merito del testo di Marcelli o quantomeno la frase che io avevo portato ad esempio della sua parzialità, inneschi una polemica con me attribuendomi cose che non ho detto, una volontà di fuga e una mancanza di argomenti che non puoi provare e, dulcis in fundo, spari quella minchiata sulla classe dirigente che non so da dove puoi averla pescata.
Ciò, aggiunto alla lettura di altri tuoi interventi in questo blog (e, poi, al tirare in ballo la mia fede che qui non c'entrava proprio nulla), mi ha portato ad insultarti come, diciamo, misura terapeutica: forse da piccolo nessuno ti ha sculacciato a dovere e cose del genere...
Ora, se capisci che a me di polemizzare con te importa poco e non sei in realtà un imbecille, risponderai a tono dicendo quantomeno "ok, chiudiamola qui, chi ha avuto ha avuto ecc. ecc." e magari ci sarà la possibilità di dialogare qui o altrove.
Se invece pensi di essere più di quel che sei ed ho indovinato chiamandoti imbecille, mandami a cagare e la questione sarà chiusa ugualmente.
Ciao.
Friedrich
P.S. Io non condivido molti dei principi e dei modi di ragionare esposti da Stefio. Come cane da guardia valgo quindi pochissimo. Se avessi letto meglio i miei pochi interventi qui e sul mio blog lo sapresti. Chiedere scusa, quindi, sarebbe l'opportunità per dimostrare ulteriormente che imbecille non sei.
Dilifa
#53
13:12, 06 marzo, 2005
F., esattamente quali cose che ho scritto io autorizzano te e il tuo amato parroco di darmi dell'imbecille? Dai, fai uno sforzo, mettimi insieme due argomenti. Il mio guru tibetano mi ha consigliato di mandarti a cagare, ma io sono un signore. Sarai, forse, un buon cattolico, ma il liberalismo lascialo a chi usa il cervello. Fatti anche tu un giro al mercato delle pulci che magari qualche idea usata la trovi.
-Zona22
PS: Stefio, fai attenzione ai tuoi rabbiosi cani da guardia che ringhiano contro i passanti e ti imbrattano tutto il blog!
utente anonimo
#52
21:26, 05 marzo, 2005
Dare dell'imbecille a quelli che scrivono le cose che scrivi tu non è turpiloquio: è dire la verità. E il mio parroco mi dice di dire sempre la verità.
F.
Dilifa
#51
21:00, 05 marzo, 2005
Caro il mio Friederich il turpiloquio non ti s'addice. Cosa dirà poi il parroco? Ahi, ahi, ahi... Comunque, anche a me l'idea di istituire un diritto internazionale fondato sulla "lotta contro le potenze economiche dominanti" sembra discutibile. Discutibile appunto, mentre mi sembra un po' deboluccia la strategia di dare dell'ideologico (o dell'imbecille) a chi ha posizioni diverse dalle tue ma perlomeno con degli argomenti. E l'unica cosa che ne posso derivare è la mancanza di argomenti. Quindi, fratello Friederich, non permettere che l'ira e l'impotenza ti offuschino il giudizio, ricordati che "chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna."
Amen.
-Zona22
utente anonimo
#50
16:49, 05 marzo, 2005
Come e quando ribattere ad un articolo così corposo (e denso di concetti ignobili) lo scelgo io, per quanto mi riguarda.
Lo scopo del mio intervento era avvisare lettori meno attrezzati della parzialità dell'intervento, celata dietro un'apparente e dotta obiettività.
Ciò premesso, egregio imbecille denominatosi Zona22, invece di lanciarti in polemichette che, per quanto infantili, sono comunque al di sopra delle tue capacità (e non ci vuol molto), vuoi dirmi
se e perchè dovrei ritenere degno di rispetto chi pretende di istituire un diritto internazionale fondato sulla "lotta contro le potenze economiche dominanti"?
Friedrich
Dilifa
#49
16:14, 05 marzo, 2005
Gli argomenti di chi non è d'accordo con te sono sempre opinioni, mentre i tuoi per qualche strana ragione sono fatti, ovviamente. E sono argomenti orientati ideologicamente (e il senso negativo che viene oggigiorno attribuito alla parola ideologia viene da Carlo Marx, usalo con attenzione che può essere contagioso) mentre i tuoi sono verità scientifiche pure. E, ovviamente, non si risponde punto per punto alle opinioni degli avversasi perchè non se ne ha il tempo, non perchè non se ne ha la capacità...
Se questa è lo stile della classe dirigente di domani, tanto vale tenerci quella di oggi.
- Zona22
utente anonimo
#48
13:20, 05 marzo, 2005
>la pace passa per altre via
quali? se lo dici, vuol dire che saprai quali altre vie c'erano per detronizzare Saddam Hussein.
Elencale.
JolietJakeBlues
#47
08:32, 05 marzo, 2005
L'articolo di F.Marcelli è un concentrato di
opinioni
(nel senso che le opinioni prevalgono sui fatti, fatti che sono solo strumentalmente utilizzati per avvalorare le opinioni)
politicamente orientate secondo presupposti di natura ideologica
(nel senso negativo che viene oggigiorno attribuito a tale termine).
L'ideologia di fondo è la solita di quella sinistra già sconfitta duramente dalla storia nell'ultimo ventennio del secolo scorso e oggi camuffata sotto le vesti dell'ambientalismo, del noglobalismo e dello pseudo-pacifismo a senso unico.
E' un peccato non avere il tempo di ribattere punto per punto alle talvolta deliranti affermazioni del Marcelli (deliranti nel senso che descrivono una realtà deformata dall'odio verso il nemico USA ma descritta in termini apparentemente ragionevoli), di cui riporto qui un campione magnifico:
"In realtà, però, la riunificazione della società mondiale potrà avvenire solo nella lotta contro le potenze economiche dominanti"
.
D'altro canto, non sempre ci si può adeguare alla scelta degli argomenti e dei tempi fatta da coloro con cui si vorrebbe interloquire.
Ma questo articolo lo archivierò con l'intenzione di dedicare ad esso una risposta, anche fosse tra un anno; tanto le deformazioni ideologiche e la malafede che lo connota non verranno certo meno in questo breve lasso di tempo...
In chiusura, peraltro, è opportuno evidenziare come l'atteggiamento di soggetti come il Marcelli e i giuristi democratici di ogni nazione sia la miglior spegazione della crisi del diritto internazionale qui analizzata:
quando il diritto viene utilizzato in modo strumentale e disonesto, perde ogni credibilità e capacità di divenire "effettivo"
. E' quello che è successo in Italia con l'uso politico del diritto da parte di una significativa parte della magistratura; è quello che succede a livello internazionale con la pretesa di far dettare le regole del diritto a soggetti (come, ad es., Stati oggettivamente antidemocratici) che non possono pretendere alcuna legittimazione politica da parte degli Stati in cui
la libertà, bene o male, è la regola fondamentale della convivenza
.
Friedrich
Dilifa
#46
02:21, 05 marzo, 2005
Il punto cardinale é la crisi del diritto internazionale.
La guerra infinita è cominciata nel 1991, cioè allorché i nuovi rapporti di forza esistenti in seno alla comunità internazionale col venir meno del ruolo dell'URSS hanno innestato una nuova fase caratterizzata dal tentativo costante di rilegittimare la guerra come strumento di politica internazionale.
E' interessante constatare come la dinamica perversa globalizzazione-frammentazione abbia giocato un ruolo di primo piano all'interno di questo processo. In altri termini, la disgregazione degli Stati più deboli determinata dai processi economici e istituzionali cui abbiamo fatto riferimento nel precedente paragrafo favorisce il ricorso alle armi sia sul piano interno che su quello internazionale. Su quest'ultimo si afferma del resto l'interesse degli Stati Uniti a profittare in modo adeguato della propria superiorità sul piano strategico e militare.
L'uso della forza può d'altronde ammantarsi di giustificazioni "universaliste", come la necessità di reagire a violazioni massicce dei diritti umani ( Kossovo) o l'opportunità di esportare la democrazia (Iraq).
Un elemento da mettere in luce è costituito dalla sostanziale continuità fra le varie amministrazioni che si sono succedute alla guida degli Stati Uniti negli ultimi decenni. Basta far riferimento al discorso del presidente Clinton dopo la vittoria nella guerra del Kossovo, secondo il quale "era stata riportata una vittoria per un mondo più sicuro". Lo stesso riferimento al mondo più sicuro ricorre nelle dichiarazioni di Bush dopo la vittoria su Saddam. Eppure la guerra si eternizza grazie al terrorismo. Quindi il mondo non diventa affatto più sicuro, anzi.
C'è continuità, peraltro, anche fra le varie dottrine strategiche che si sono succedute, da quella della NATO, alla guerra contro il terrorismo, fino alla più recente dottrina USA dell'autodifesa preventiva.
Alla base c'è probabilmente l'idea di uno scambio fra la sicurezza garantita dagli armamenti degli Stati Uniti al mondo e l'accettazione da parte di quest'ultimo dei modelli forniti dagli stessi USA.
La sicurezza è però quella dei relativamente pochi privilegiati al mantenimento della loro posizione di privilegio, ovvero la possibilità di un sistema distruttore dell'ambiente e delle risorse di continuare a distruggere l'uno e le altre.
Ne deriva, per contrastare la guerra, l'esigenza di evidenziare il nesso fra lotta per la pace e lotta per la trasformazione sociale, che impone anche un ripensamento strategico del ruolo e delle funzioni delle Nazioni Unite.
Abbiamo assistito, in questo quadro, a una vera e propria progressione del discorso e della prassi relativa all'uso della forza, di cui possiamo oggi ripercorrere le tappe fondamentali.
Infatti, la prima guerra della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro l'Iraq si basava sulla motivazione, solo apparentemente irreprensibile, della legittima difesa, di fronte a un tentativo di annessione in corso. Funzionalmente più compatibile con la necessaria lettura restrittiva delle eccezioni all'uso della forza appare tuttavia, specie sulla base di un accurato esame retrospettivo degli eventi, un'interpretazione dei fatti che considerasse esaurito il diritto alla legittima difesa con la fine dell'attacco armato iracheno contro il Kuwait e con il passaggio della questione alla competenza del Consiglio di sicurezza. Quest'ultimo d'altronde non avrebbe potuto determinare, sulla base della sua risoluzione 678, la reviviscenza del diritto alla legittima difesa ormai estinto. Esso avrebbe dovuto e potuto ottenere con altri mezzi, al limite l'uso della forza in termini strettamente conformi agli artt. 42 e ss. del Capo VII della Carta delle Nazioni Unite, la liberazione del Kuwait. Lo stesso Saddam era alla ricerca disperata di una soluzione che gli avesse consentito di "salvare la faccia". Gli Stati Uniti, con l'aperta complicità, in tale occasione, del Consiglio di sicurezza, hanno invece preferito il ricorso alla guerra, salvo non cogliere poi l'occasione per il rovesciamento definitivo di Saddam, aggiungendo nuove sofferenze per il popolo iracheno e in particolare per i settori kurdo e scita.
Una seconda tappa fondamentale è poi quella costituita dalla guerra contro la Jugoslavia per il Kossovo. E' facilmente dimostrabile, e Chomsky lo ha fatto in termini del tutto condivisibili, che la crisi umanitaria è stata successiva e non precedente all'intervento, in quanto determinata in buona misura dall'intervento stesso. In secondo luogo, anche ammettendo che una vera e propria crisi umanitaria si fosse verificata prima dell'intervento, quest'ultimo si è spinto ben al di là di quanto richiesto per fermare le presunte violazioni dei diritti umani dei kossovari. Last, but not least, è assolutamente inaccettabile la politica del double standard, per cui si interviene solo in questo caso e non in tanti altri, di ben maggiore e dimostrata gravità.
La terza tappa è poi quella dell'Afghanistan, con la teorizzazione della guerra contro il terrorismo. E' evidente che siamo fuori da ogni possibile invocazione della legittima difesa, che richiede un attacco armato in atto da parte di uno Stato.
Il problema del terrorismo, che esiste e non va sottovalutato, va affrontato e risolto in un'ottica globale, ponendo al centro degli sforzi un'effettiva collaborazione tra gli Stati ed i loro organi di intelligence, che richiede però previamente la definizione precisa di ciò che effettivamente si intende per terrorismo.
Altrimenti, il ricorso ai double standards a copertura degli interessi di potenza genera da un lato la sacralizzazione di ogni Stato e la criminalizzazione di ogni lotta per l'autodeterminazione e dall'altro la possibilità per gli Stati egemoni di avvalersi a loro volta del terrorismo, sia come prodotto diretto dell'attività dei loro apparati militari e simili, sia come sostegno a piccoli gruppi di veri e propri terroristi.
E' interessante segnalare, in questo ambito, come anche autori i quali non risultano in principio contrari alla guerra contro il terrorismo sottolineino il fallimento delle Nazioni Unite nel porre limiti alla reazione degli USA dopo l'11 settembre.
Infine, a coronamento di un decennio e passa di violazioni del diritto internazionale è intervenuta la seconda guerra contro l'Iraq, che a detta dei settori più significativi e largamente maggioritari degli studiosi del diritto internazionale, ha rappresentato non solo una violazione palese dello stesso ma ha anche configurato il più grave dei crimini, quello della guerra di aggressione. Si è trattato, al tempo stesso, della prima applicazione in corpore vili della dottrina Bush sull'autodifesa preventiva.
E' quindi forse maturo il tempo per un bilancio, purtroppo ancora provvisorio, di questi ultimi anni, contrassegnati dall'apparentemente irresistibile resurrezione del ricorso alla forza come strumento di politica internazionale, nonché dallo slittamento progressivo delle sedi decisionali (dal Consiglio di sicurezza alla NATO agli USA) e dalla sempre più cruda insostenibilità giuridica delle motivazioni addotte (dalla necessità di reagire a un'occupazione a un presunto intervento umanitario alla lotta al terrorismo come legittima difesa sui generis all'autodifesa preventiva), fino alla vera e propria summa di affermazioni incompatibili con ogni idea di diritto internazionale contenuta nella cosiddetta dottrina Bush dell'autodifesa preventiva.
Sono sotto gli occhi di tutti gli effetti davvero micidiali di questa escalation. Si registra quasi ovunque una spinta al riarmo. Paradossalmente la sorte per molti versi migliore riservata alla Corea del Nord nei confronti dell'Iraq ha dimostrato che il riarmo atomico costituisce la migliore garanzia anche di fronte alle pretese e alle aggressioni di Bush e Blair. La stessa logica è d'altronde destinata inevitabilmente a suscitare nuove recrudescenze nei rapporti fra le medie potenze.
Appare d'altra parte innegabile la semplice affermazione che se la minaccia alla pace mondiale viene da una Superpotenza, si tratta di una minaccia alla stessa sopravvivenza dell'umanità.
Di fronte a un rischio e a una tematica di tale spessore occorre porsi, in termini radicali e di fondo, il problema della compatibilità tra uso della forza e diritto internazionale, al di là delle mutevoli maggioranze in sede di Consiglio di sicurezza e del ruolo positivo svolto in tale occasione da istituti altre volte criticati in quanto antidemocratici come il diritto di veto spettante ai membri permanenti.
Non è, in altri termini, il bollino apposto o meno dall'ONU che rende legittima la guerra ed occorre senz'altro occuparsi anche della "crisi sempre più grave di efficienza e credibilità del sistema di garanzia della pace costruito intorno al Consiglio di sicurezza dell'ONU, sottoposto a ricatti e pressioni di ogni genere da parte degli Stati forti del sistema (e in particolare degli Stati Uniti) ed esposto permanentemente (se non si piega alle istanze degli Stati indicati) al rischio di comportamenti unilaterali di uso della forza assunti in alternativa ad esso dai medesimi".
E' diventata ormai pressoché una banalità quella di parlare, in termini a volte eccessivamente apocalittici, di crisi del diritto internazionale. Si tratta di un fenomeno complesso e in evoluzione che va attentamente analizzato.
Semplificando possiamo affermare che due sono in realtà i livelli di tale crisi, tra loro intrecciati. In un primo senso possiamo parlare di crisi dei principi enunciati dopo la seconda guerra mondiale (pace e diritti), per effetto della parallela ascesa delle multinazionali e dell'amministrazione statunitense, portatori entrambi di interessi specularmente contrapposti a quelli dei popoli.
In un secondo senso dobbiamo anche accennare, per effetto degli accennati processi di globalizzazione, che mettono in crisi il postulato della sovranità e quello dell'esclusività degli Stati come soggetti dell'ordinamento internazionale di crisi più generale del sistema westfaliano, cioè come diritto che regola rapporti fra Stati.
Mentre il primo fenomeno è assolutamente negativo, il secondo presenta profili interessanti e stimolanti, non solo dal punto di vista scientifico ma anche da quello della concreta promozione e realizzazione dei diritti degli individui e delle collettività. Possiamo anzi spingerci ad affermare che nel secondo possono essere, quantomeno sul medio e lungo periodo, rinvenuti alcuni elementi suscettibili di fungere da anticorpi del primo.
Nella sua introduzione alla grande opera collettiva "Droit international. Bilan et perspectives", il giurista algerino Mohammed Bedjaoui, già presidente della Corte internazionale di giustizia, indica la necessità di risalire alla fonte sociale del diritto internazionale e cioè la società internazionale: "c'est la société internationale qui génère le droit dont elle a besoin, est c'est la connaissance des lignes de force de cette société et de leurs brisures qui permet de mieux comprendre d'où vient ce droit et quelles peuvent être ses futures conquêtes".
In forma meno articolata il legame fra struttura della società internazionale e diritto internazionale è stata enunciata, dal teorico realista Morgenthau nel senso che condizione dell'esistenza del diritto internazionale è o l'identità di interessi fra gli Stati o la capacità delle potenze di imporre le regole da esse ritenute opportune.
E' stata giustamente criticata la riduzione del diritto ai rapporti di forza che ne deriva, che nega un autonomo spazio del fenomeno giuridico, anche se non può essere negato il legame esistente diritto e rapporti di forza. Il diritto non costituisce una mera risultante dei rapporti di forza, ma esistono differenti ideologie giuridiche che confliggono fra di loro in uno spazio e con strumenti specifici. Il legame tra struttura sociale e sovrastruttura giuridica deve essere tuttavia approfondito.
Per effetto della globalizzazione l'assioma di Morgenthau entra in crisi. Entrano in campo nuove forze non riconducibili agli Stati e agli altri attori internazionali classici.
La norma internazionale non è più l'oggetto solo delle ristrette discussioni dei diplomatici o comunque di organi di vertice ma il processo di produzione normativa coinvolge nuovi soggetti. E' stata rilevata, in questo senso, l'esistenza di un processo legale transnazionale ("transnational legal process" definito come "the theory and practice of how public and private actors - nation-states, international organizations, multinational enterprises, non-governmental organizations, and private individuals - interact in a variety of public and private, domestic and international fora to make, intepret, enforce, and ultimately, internalize rules of international law".
Si espande d'altronde l'oggetto e la sfera di intervento del diritto internazionale, a fronte dell'approfondimento dei legami di interdipendenza fra i vari Stati.
Pur a fronte di tali potenzialità, tuttavia, non possiamo fare a meno di constatare come al momento le novità per il diritto internazionale siano tutte negative, dato il prevalere, per il momento, di forze politiche e sociali reazionarie.
Gli USA si pongono fuori dal sistema in una serie di settori vitali, oltre a quello dell'uso della forza: controllo degli armamenti (mine antiuomo, militarizzazione dello spazio extra-atmosferico, rifiuto di sottostare ai controlli, ecc.); ambiente (protocollo di Kyoto); diritti umani (mancata sottoscrizione del Patto sui diritti economici, sociali e culturali); giustizia internazionale (rifiuto di sottoscrivere l'Accordo di Roma sulla corte penale internazionale).
Ne deriva la negazione di una serie di principi fondamentali del diritto internazionale, oltre a quello del non ricorso all'uso della forza dobbiamo ricordare quello dell'eguaglianza sovrana, con la ricolonizzazione de facto che scaturisce sia direttamente dall'occupazione militare che dagli accennati piani di risanamento strutturale e simili imposti agli Stati poveri dalle istituzioni finanziarie internazionali, quello della cooperazione internazionale, frustrato e annichilito dalla reticenza degli Stati ricchi a provvedere mezzi adeguati. Tutto ciò provoca evidentemente una recessione anche sul piano dei diritti umani.
Il problema è che il diritto internazionale, in alcune sue parti fondamentali, è sempre rimasto inattuato. Basti ricordare la giurisprudenza della Corte internazionale di giustizia (Sahara occidentale, Nicaragua, più recentemente Armi nucleari), che non ha ricevuto adeguata applicazione per effetto del boicottaggio operato dagli Stati.
Dobbiamo dedurne che il diritto internazionale è fallito, scomparso, annientato? No, perché si tratta di un programma giuridico-politico sempre valido. Il diritto internazionale ha un valore normativo che resta intatto a dispetto della sua apparente mancanza di effettività.
Sembra necessario tornare ai principi ispiratori delle Nazioni Unite (pace, eguaglianza sovrana, divieto di ingerenza, promozione dei diritti umani e della cooperazione internazionale), ma identificando le politiche e gli strumenti per dare loro attuazione.
Il diritto internazionale, inoltre, deve fare i conti con la realtà della globalizzazione, allargando gli spazi di partecipazione e di azione per la società civile e prendendo come oggetto diretto delle proprie regolamentazioni le imprese multinazionali.
Quali rimedi?
Bisogna partire dalla constatazione che, ad onta della loro attuale crisi e dei continui tentativi della potenza dominante di strumentalizzarle ai suoi fini, le Nazioni Unite costituiscono un luogo necessario.
Beninteso, anche tale rilevanza oggettiva verrebbe meno se le Nazioni Unite si trasformassero completamente in istituzioni fantoccio degli USA. La resistenza verificatasi, in seno allo stesso Consiglio di sicurezza, contro tali pressioni, ha rappresentato in questo senso una condizione assolutamente indispensabile per il permanere della rilevanza dell'Organizzazione sulla scena mondiale.
Né pare raccomandabile o praticabile percorrere altre strade istituzionali, in particolare assumendo come centrali le organizzazioni che hanno il compito di disciplinare il mercato globale, come le istituzioni finanziarie internazionali e l'Organizzazione mondiale del commercio. E' infatti del tutto evidente come ciò equivarrebbe a sancire il predominio definitivo delle attuali forze egemoni.
Eppure le Nazioni Unite sono risultate inadeguate rispetto ad entrambe quelle che abbiamo individuato nelle pagine precedenti come le sfide della globalizzazione e cioè il predominio degli Stati Uniti e la loro tendenza a entrare sempre più in contrasto con il resto della comunità internazionale, da un lato, e il crescente potere delle multinazionali, dall'altro.
Per quanto riguarda il primo aspetto, infatti, se si prescinde dalla resistenza registrata in occasione dell'ultima guerra contro l'Iraq, oggi sicuramente attenuato dalla risoluzione 1483 del 22 maggio 2003, che comporta una certa innegabile legittimazione della guerra, le Nazioni Unite hanno costantemente ceduto alla potenza prevalente.
Sul piano del potere delle multinazionali, d'altro canto, si è avuto un allineamento al pensiero unico, dimostrato, per limitarci a qualche esempio, dal cosiddetto Global Compact, e dalla liquidazione del Codice di condotta delle multinazionali.
Ciò non toglie che si registri, oggettivamente, un crescente antagonismo fra Stati Uniti e Nazioni Unite, data la divergenza dei propositi e dei programmi. Si tratta di uno scontro, sia pure in buona misura ovattato, che ha per posta in gioco quello che dovrà essere il ruolo dell'organizzazione mondiale. Dovrà trattarsi di un ruolo ancillare nei confronti degli USA ovvero autonomo, sulla base del disegno del 1945 debitamente aggiornato?
E' ovvio come l'esito di questo scontro riguardi la comunità internazionale nel suo complesso e i popoli del mondo.
L'attuale modello dominante di sviluppo si presenta come insostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale, nonché incline a produrre guerre e la degenerazione degli Stati verso strutture autoritarie incapaci di garantire la coesione sociale.
La fase di avanzata maturità del sistema capitalistico oramai egemonizzato dalle componenti finanziarie, rende purtroppo obsoleto il mito kantiano del commercio come fattore di progresso e di integrazione. Altri Leitmotive del pensiero del filosofo tedesco conservano tuttavia una loro attualità: così è ad esempio dell'idea democratica, secondo la quale secondo il quale i popoli prenderanno coscienza della necessità di contrastare le tendenze egoistiche dei rispettivi governanti e ciò porterà alla formazione di un'opinione pubblica mondiale. In realtà, però, la riunificazione della società mondiale potrà avvenire solo nella lotta contro le potenze economiche dominanti. Non esiste cioè alcun automatico, naturale o spontaneo progresso verso tale riunificazione, come risultato dell'interdipendenza, la quale può anzi determinare un rafforzamento delle già ben presenti ed operanti strutture di dominio.
Vanno invece sviluppate le strutture atte a contrastare tale dominio, attraverso il conflitto democratico. In questo senso non va ricercata nessuna omogeneizzazione forzata degli Stati esistenti su presunti modelli democratici imposti dall'esterno, ma bensì il loro rinnovamento e la loro rifondazione.
In questo senso va valorizzato l'obiettivo della democrazia e va ribadito il ruolo del principio di autodeterminazione, non in senso etnico, ma democratico, nonché l'importanza della cittadinanza, intesa come titolo alla partecipazione democratica attiva dell'insieme dei consociati alle scelte politiche.
Occorre prendere atto del fallimento del processo di decolonizzazione, dovuto all'imitazione delle Potenze coloniali da parte degli Stati di nuova indipendenza ed aprire una nuova stagione di lotta democratica sul piano interno e internazionale.
Sarà necessario su questa base dare vita a nuove strutture in grado di garantire un effettivo governo della globalizzazione, che nascano sul ceppo delle Nazioni Unite, ma a condizione che si abbia previamente un vero processo di rifondazione delle stesse e degli Stati che ne costituiscono le componenti fondamentali.
Dal punto di vista istituzionale, le strutture più idonee in questo senso sono le istanze regionali che cominciano a svilupparsi in varie aree del mondo. Bisogna riconoscere che, con tutti i suoi limiti, l'Unione europea rappresenta una delle esperienze più avanzate in questo ambito.
Sembra inoltre necessario rilanciare la dialettica Nord-Sud, attorno a taluni nodi fondamentali come il commercio internazionale, il debito estero, il controllo degli armamenti, il problema delle migrazioni.
Quello della pace e della guerra costituisce sempre il nodo fondamentale. Occorre, da questo punto di vista, battere l'unilateralismo della potenza dominante, ma anche attenuare il ruolo del Consiglio di sicurezza, potenziando invece quello di organismi come l'Assemblea generale e, soprattutto, la Corte internazionale di giustizia. In altri termini, occorre ribadire con forza il primato del diritto internazionale generale cui va sottoposto anche il Consiglio di sicurezza.
Le istituzioni finanziarie internazionali e l'Organizzazione mondiale del commercio vanno inoltre ricondotte a una logica integralmente politica (e non economico-finanziaria) che dia rilievo preminente al soddisfacimento dei diritti umani politici, economici, sociali e culturali e alla salvaguardia dell'ambiente per le generazioni future.
Si tratta di una battaglia certo non facile, al cui interno il diritto deve e può svolgere un ruolo fondamentale.
Il diritto internazionale, attualmente apparentemente irriso e svilito dai fatti, può tornare ad assumere il suo valore normativo, grazie alla potenza dell'opinione pubblica mondiale, che gli studiosi più attenti della disciplina hanno sempre annoverato tra i principali fattori di stabilità e di sviluppo dell'ordinamento giuridico internazionale.
Fondamentale appare l'istanza di ridare la parola ai popoli, intesi non in senso mitico o generico, ma come concrete comunità in lotta per la difesa dei loro diritti. Appare urgente riproporre "il tentativo di riaffermare l'autorità di giudizio e di azione che costituiscono l'idea essenziale di democrazia e di sovranità popolare contro l'usurpazione della legge da parte del potere dominante (politico, economico e militare)".
Su questa base e non su altre potranno svilupparsi le indispensabili Nazioni Unite del domani.
Fabio Marcelli
utente anonimo
#45
18:26, 23 febbraio, 2005
lungi da me l'idea di aprire qui una dissertazione dottrinale sul diritto internazionale e sull'effetività dell'ONU in particolare ma riguardo al post di salvatore debbo notare che la risoluzione onu in questione risolve almeno qualche problema formale sulla permanenza dei soldati in iraq ma ciò che passa in secondo piano è: dov'è stata l'onu fino ad ora? o meglio:tutte le risoluzioni che aveva emanato in precedenza sono rimaste lettera morta? la risposta è si,fino a che le forze militari statunitensi non hanno deciso di agire, saddam e il suo regime si sono presi gioco dell'intera comunità internazionale;questo agli USA va riconosciuto: pur essendo Bush un ONU-scettico non ha fatto altro che dare effetività alle risoluzioni del consiglio di sicurezza. Saddam coi suoi comportamenti rappresentava un problema per la pace,punto e basta. La sx italiana non solo non si rende conto di questo ma agisce in politica estera pensando solo al rendiconto interno,forse lo fa perchè è all'opposizione e se lo può permettere,altrimenti sarebbe gravissimo.
ciò che divide certa sinistra dall'ala neo-con (o neo-riv)a cui sento di appartenere è il concetto di pace come concetto dinamico, la pace come qualcosa da conquistare,da difendere,da esportare dove non ce n'è,dove i popoli sono oppressi e seviziati..abbiamo dato agli iracheni la possibilità di scegliere:possono scegliere anche di darsi un regime islamista,anti-americano,ciò che conta è che siano loro a scegliere e ciòche conta e che con libere elezioni possano cambiare la loro scelta quando lo desiderino.
Let freedom reign!!
blufly.splinder.com
P.S. salvatore,complimenti per il blog,l'ho linkato sul mio,un abbraccio!
blufly
#44
09:22, 21 febbraio, 2005
Shark, è evidente, parla solo lui che sa tutto. Quando uno autorizza se stesso a non rispettare connessioni logiche e limiti della discussione riesce inevitabilmente a darsi ragione. E, non di rado, ad apparire interessante.
Altrettanto spesso, peraltro, il fumo è enormemente sproporzionato rispetto all'arrosto. ;)
Friedrich
Dilifa
#43
09:14, 21 febbraio, 2005
Ho l'impressione che l'ennesimo gentile anonimo muova delle critiche, per così dire, da destra. Un punto di vista di destra piuttosto radicale, individualista ed "elitario": contro l'Onu, contro l'Europa, contro Chirac, contro Bush, contro Soros, contro Sharon, contro Rumsfeld e contemporaneamente contro Kyoto... Che gusti difficili!
Eppure non capisco - sarà sicuramente un mio limite - i collegamenti reciproci tra i miei punti ed il suo modo di replicare:
dico "la guerra non è stata fatta per il petrolio", e mi risponde che non ci crede nemmeno lui ("Cosa ci è venuto in tasca? non credo il petrolio"); ad un grosso ventaglio di motivazioni geostrategiche che esulano quasi del tutto dalle armi di distruzione di massa non si fa il minimo accenno.
Sulla storia delle armi chimiche e batteriologiche di Saddam il Duelfer Report fornisce le informazioni necessarie.
Affermo che la giustificazione dell'esportazione della democrazia non sarebbe mai stata sostenuta in sede internazionale come giustificazione della guerra (lo è oggi con le truppe sul terreno), e la sua risposta verte inspiegabilmente su Kofi Annan, la pedofilia, il Protocollo di Kyoto, il surriscaldamento globale.
Dico che chiedere al Consiglio di Sicurezza l'autorizzazione per la missione contro l'Iraq avrebbe suscitato ilarità tra i membri, e la sua risposta riguarda gli scandali pedofilia dell'Onu.
Ancora, dopo che io avevo sostenuto come la democrazia non fosse stata il motivo della guerra, lui ritorna sui suoi passi chiedendo: "Allora perché non la esportiamo dappertutto, anche in Cina, dal momento che era nostro compito esportarla in Iraq?"; mah, ho detto in otto lingue diverse che il motivo non era quello, e lui con me.
Poi si esibisce in un doppio testacoda: dopo aver chiarito che anche secondo lui quella del petrolio è una balla ("cosa è venuto in tasca agli USA nella liberazione dell'Iraq? Non credo il petrolio"), eccolo ritornare sui suoi passi:"Sulle carte di Cheney c'è scritto chiaramente ENI/AGIP a Nassiryia, 23 years project".
Poi si dedica ad un breve quanto simpatico dileggio dei no- global.
Ho detto che l'arena internazionale non è un club dei buoni sentimenti, che sono gli interessi divergenti o convergenti che spiegano le dinamiche, e lui replica sostenendo che negli Stati Uniti non vi sia libertà ("Basta vedere che razza di "freedom" il governo federale garantisce in casa propria"- una critica al fascismo del governo federale che ricorda gli indipendenti e i libertari delle pianure dell'Ovest).
Gli faccio presente che non sta parlando con degli ingenui idealisti, e lui ci attribuisce opinioni di questo tipo(parole testuali):"...e gli arabi sono tutti cattivi e ci odiano perché noi siamo liberi". Mah.
La risposta sul complotto sionista francamente - ma sarà ancora un mio limite - non l'ho capita: "La sinistra poi farebbe meglio a tacere, dato che per 10 eventuali prove di un eventuale "complotto sionista" ne esistono 100 a favore di un grazioso disegno per rifilarci il socialismo rampante".
Ho fatto presente, dati alla mano e documentatissimi, che le elezioni ucraine siano state riconosciute valide dall'Osce e dall'Onu, e la sua risposta riguarda ancora una volta i pedofili delle Nazioni Unite e la preoccupante prospettiva di un 'governo mondiale'. Ossessionato dai pedofili più di Berlusconi dai comunisti, verrebbe da dire. Ma i nessi domanda-risposta mi sono sempre meno chiari.
Ancora, lo metto in guardia dal rischio di trovarsi fianco a fianco con Bush a furia di criticare Soros, e tira in ballo il Protocollo di Kyoto.
Affermo che nessuno ha mai sostenuto che Saddam avesse avuto un ruolo nella pianificazione degli attacchi del 2001, e mi risponde (oltre che con l'Oil for Food) che già prima del 2001 esistevano piani per attaccare Saddam. Il che dimostra, appunto, le mie tesi sulle vere ragioni della guerra.
In realtà, opzioni di invasione militare di diversi Paesi sono presenti e vengono costantemente aggiornati e verificati- seppur in maniera variabile- al Pentagono e nelle sue agenzie.
Ho escluso che i sauditi e gli iraniani avessero avuto un ruolo negli attacchi del 2001, e la sua replica riguarda il grattacielo di Madrid in fiamme.
Sulla questione della distinzione tra alleati e non alleati, il gentile anonimo si rivela -lui- alquanto idealista: "Gli Alleati sono quelli che non mandano Pollard e Franklin a fare la spia, non vengono cacciati a calci dalla Nuova Zelanda perché copiano passaporti, non vengono cacciati dall'Australia per spionaggio e non cercano di rifilare alla stessa Australia un diplomatico cacciato dal Brasile per essersi fatto le foto nudo in compagnia delle minorenni".
Oltre ad una evidente passione morbosa per le vicende ad implicazione internazionalsessuale (pedofilia, diciassettenni nude in Brasile), il gentile anonimo evidentemente ignora che episodi di spionaggio(non certamente gravi come quello di Pollard, ma pur sempre di intelligenza estera)hanno luogo tutti i giorni tra Paesi alleati: laddove i servizi sono più o meno integrati esiste una misura variabile di intercettazioni reciproche, per esempio, che non arriva ai livelli parlamentari o dell'opinione pubblica, che resta nei palazzi, e spesso causa delle vere e proprie crisi sotterranee tra alleati.
Quando chiedo lumi sulle distinzioni tra lo Stato iraniano e quello israeliano, si mette a criticare l'asimmetria di trattamento che questi due Paesi ricevono: in realtà Israele dal punto di vista tecnico e burocratico non possiede ordigni nucleari; è in grado naturalmente di assemblarne un certo numero in tempi molto ridotti.
Mi chiedo, in verità, chi di noi ha paura che Israele domani ci bombardi, e chi invece si senta tranquillo e sicuro con un Iran nucleare che minaccia a giorni alterni di usare le sue armi.
Si spinge oltre: sostiene che Israele non sia un Paese democratico, equiparandolo di fatto all'Iran. Al riguardo cita la "Legge del ritorno"; cosa c'entri questo con la distinzione alleati- non alleati, è tutto da scoprire.
Chiedo "che interesse dovremmo avere ad attaccare Israele?"; dal momento che la risposta sarebbe "nessuno", il gentile anonimo mi cita Siria e Libano, una faccenda leggermente diversa, mi pare.
Sì, è in corso un'indagine su alcuni esponenti dell'Aipac. No, nulla è finito sotto il tappeto.
Lo tranquillizzo che nessuna guerra contro l'Iran è alle porte, e la sua risposta è questa: "Forse possiamo portare la democrazia in Korea con le sciarpe arancioni di Soros?".
Poco dopo mette in dubbio che la guerra del 1990-91 si sia fatta per liberare il Kuwait.
Segue dileggio dell'Onu.
Si entusiasma perché Saddam EFFETTIVAMENTE, anche se non ad Halabja, gassò i curdi: si esaltà perché in quel periodo Rumsfeld fece delle visite a Baghdad.
Riassumendo: nei giorni in cui Rummy è a Baghdad Saddam è cattivo, quando Rummy parte Saddam si veste da infermiera dalla Mezzaluna Rossa.
Sulla storia delle incubatrici: che un intervento armato autorizzato dalle Nazioni Unite con una larghissima maggioranza sia stato determinato da una storia di atrocità raccontata da un'associazione di kuwaitiani è una teoria po'azzardata, tutto considerato.
Sulle atrocità commesse dalle truppe irachene in Kuwait, che io cito, lui risponde con gli effetti dell'uso dell'uranio impoverito sulle truppe occidentali e sul suolo iracheno. Un buon argomento, ma del tutto fuori tema.
Egli continua mettendo in dubbio la Costituzionalità del sistema statunitense, e addirittura la proprietà privata ("Soprattutto la proprietà privata ha fatto una fine molto amara"). Si riferisce all'IRS, ignorando le ultime sentenze di una Corte d'Appello che non rendono le sue richieste obbligatorie per i cittadini. Un delirio.
Segue breve dileggio della sinistra.
Tirando le somme, il gentile anonimo la mette così:
tacciano gli Stati Uniti, taccia l'Onu, taccia Kofi Annan, taccia Chirac, taccia Soros, taccia l'Osce, tacciano Sharon ed Israele, taccia l'Europa, taccia Rumsfeld, taccia il Protocollo di Kyoto, taccia la destra e taccia la sinistra.
Insomma, chi parla?
Shark.
utente anonimo
#42
03:55, 21 febbraio, 2005
per Utente Anonimo, il petrolio è importante quanto la vita, e per tutto il mondo.
Perdere petrolio vuol dire un sacco di problemi che neanche ci immaginiamo, vorrebbe dire crisi economica mondiale seria, con tutto quello che ne deriverebbe che avrebbe esiti peggiori di una guerra. Il petrolio muove il mondo e se manca lo fa morire. Come vai a lavorare senza benzina? Come porti gli aiuti umanitari senza carburante? Pensi di riuscire a sopravvivere senza? No
Aribandus
#41
03:49, 21 febbraio, 2005
Tu pensa che ieri Prodi ha detto che bisogna rafforzare il rapporto tra l'Europa e gli USA. Tanto per fare il figo, tanto per parlare, tanto per far vedere quello che non pensa
Aribandus
#40
13:05, 20 febbraio, 2005
Ma questo anonimo che la sa così lunga è lo stesso che scriveva le minchiate dei primi commenti di questo post?
Uno sforzino per rendersi individuabili, è chiedere troppo?
Friedrich
Dilifa
#39
12:25, 20 febbraio, 2005
> Nessuno di noi ha mai sostenuto che la guerra contro l'Iraq si fosse fatta per esportare la democrazia.
A questo punto però bisognerebbe decidere una volta per quale motivo sia stata fatta: per cercare le armi che non esistono, per cercare Bin Laden che non si trova, per liberare gli iracheni (accoppandone un po' nel frattempo) o per portare la democrazia? Facciamo gli egoisti per un attimo: cosa ci è venuto in tasca (e cosa è venuto in tasca agli USA) nella liberazione dell'Iraq? Non credo il petrolio, dato che l'oleodotto è sempre accompagnato dal cecchino burlone. Cosa ci sono andati a fare?
> Questa affermazione non è stata mai sostenuta da nessuno in nessuna sede internazionale se non si voleva suscitare ilarità tra gli astanti.
La sede internazionale tende già di per sé a sfociare nell'ilarità ogni volta che compare il faccione di Annan con il solito pacco di 150 accuse per pedofilia rampante dei peacekeeper, o l'ennesima balla su Kyoto. Forse le flatulenze di Saddam causavano il global warming, potrebbe essere una buona scusa.
> Sarebbe stato peraltro controproducente, in sede Onu, dal momento che l'esportazione o la difesa della democrazia non è una delle funzioni delle Nazioni Unite.
Può darsi che tra le funzioni ci sia l'esportazione della pedofilia rampante di cui sopra.
> Ora che siamo lì, però, tra le altre cose, una democrazia stiamo cercando di realizzare.
Casualmente però, la prima cosa che ha cominciato a funzionare è la banca centrale. Viene da chiedersi per quale motivo era "nostro" compito portare la democrazia in Iraq, e perché non lo sia portare la democrazia nella remota provincia dello Zimburumbu. O forse è "nostro" compito portare la democrazia in tutto il mondo? Chi lo spiega a Jintao e soci?
> Tuttavia sappiamo benissimo che la vulgata de sinistra delle motivazioni petrolifere è una panzana grande quanto una casa.
Ma no, ma dai: sulle carte di Cheney, tirare fuori dal Judicial Watch, c'è scritto chiaramente "ENI/AGIP e Nassiryia, 23 years project." Non mi pare che la sinistra abbia mai tirato fuori tali carte o abbia chiesto lumi in parlamento: il massimo del discorso "petrolifero" a sinistra è "no alla guerra del petrolio", ovvero un messaggio facilmente digeribile dalla moltitudine "no-global" con le treccine e la bandiera colorata del gay pride.
> Gli interessi muovono il mondo, e qui, gentile Saddamovich, nessuno crede che l'arena internazionale sia un club dei buoni sentimenti o delle buone intenzioni.
Altra ragione per non credere alle balle di Bush quando pronuncia la parola "freedom" 37 volte in un discorso. Basta vedere che razza di "freedom" il governo federale garantisce in casa propria, con Chertoff e Negroponte aizzati e senza guinzaglio. E qualcuno pensava di aver toccato il fondo con Ashcroft, poveretto.
> Non stai parlando con degli ingenui idealisti
Ottimo, allora conto di vedere qualche articolo che non sia "la libertà è fede , ma anche patria, e gli arabi sono tutti cattivi e ci odiano perché noi siamo liberi."
> 3) George Soros? L'arcinemico di G.W. Bush adesso è un tuo nemico.
Quindi?
> Ma non è il caso di credere come dei bambini a tutto quello che i siti de sinistra ti riportano: complotto sionista, etc.
Eppure i soldi per la "rivoluzione arancione" arrivano da quelle tasche. La sinistra poi farebbe meglio a tacere, dato che per 10 eventuali prove di un eventuale "complotto sionista" ne esistono 100 a favore di un grazioso disegno per rifilarci il socialismo rampante.
> L'OSCE e l'ONU hanno dichiarato corrette le seconde elezioni svolte in Ucraina.
Se è per questo, l'OSCE si lamenta delle elezioni negli USA (vedi Diebold) e l'ONU può dire un po' quello che vuole, anche perché mi auguro che nessuno creda alle boiate dell'ONU dopo a) i pedofili b) l'oil for food c) Chirac e la sua tassa mondiale d) l'UN development report dove qualche imbecille di economista col Nobel straparla di ministeri mondiali ed altre amenità.
> Se ti spingi troppo in là con le critiche a Soros e all'Onu, rischi di trovarti fianco a fiano con G.W., occhio.
Non è necessario che le posizioni di Bush siano sbagliate al 100%: può essere il docile burattino di Wolfowitz e Rove, e contemporaneamente avere il buon senso di non firmare l'orrore ambientalista (leggi socialista) di Kyoto. Forse quella mattina aveva preso le sue medicine.
> 4)Saddam non ha avuto pressoché alcun ruolo negli attentati del 2001, io non lo credo e non lo crede nessuno.
Eppure tra tante boiate abbiamo sentito anche quella. Altrimenti bisognerebbe dire che i piani per invadere l'Iraq esistevano da prima del 2001, ad esempio da quando l'ONU - per dirne una - ha autorizzato il pagamento dell'Oil for Food in euro?
> 5)Non sono stati i sauditi, e neanche gli iraniani. Tuo cugino che consegna le pizze alla Carlyle? Può essere.
Andrà a finire che non è stato nessuno, mentre a Madrid il grattacielo magico brucia da 3 giorni ed è ancora in piedi. Forse è stato mio zio che lavora alla Bechtel global manager della carta igienica?
> 6)Piano col qualunquismo su Israele. Hai mai sentito parlare della distinzione tra alleati e non alleati?
Ma certo: gli Alleati sono quelli che non mandano Pollard e Franklin a fare la spia, non vengono cacciati a calci dalla Nuova Zelanda perché copiano passaporti, non vengono cacciati dall'Australia per spionaggio e non cercano di rifilare alla stessa Australia un diplomatico cacciato dal Brasile per essersi fatto le foto nudo in compagnia delle minorenni. Forse un personaggio del genere starebbe bene all'ONU?
> Hai idea delle differenze esistenti tra lo Stato, le leggi, la prassi israeliana e l'Iran?
Ho idea, tra le altre cose, che l'Iran abbia firmato un trattato di non proliferazione, Israele no e conserva un sacco di oggetti divertenti a Dimona, in cui casualmente non sono ammessi gli ispettori dell'ONU. Però piange all'ONU perché l'Iran ha il reattore, mamma-mamma-aiutami-tu.
Per non parlare della magica "legge del ritorno" del nostro alleato democratico, su base esclusivamente etnica, o dell'amena condizione dei lavoratori stranieri. Sarebbe interessante sapere com'è che Israele può avere certe leggi ed essere "democratico" mentre altri si devono far rifilare la favoletta della "società multiculturale e globale."
> Di che cosa stiamo parlando? Quale interesse ci spingerebbe mai ad attaccare Israele, un nostro alleato?
Proviamo a chiedere ad Israele quale motivo dovrebbe avere la Siria ad attaccare il Libano con la solita magica autobomba che lascia un cratere di 3 metri?
> La mia tesi di laurea è incentrata sul rapporto tra Usa e Israele, sui gruppi di pressione ebraici al Congresso e le politiche derivate. Vuoi approfondire?
A proposito, com'è finitra tra FBI ed AIPAC? C'è un'indagine o è finito tutto sotto il tappeto come al solito?
> E comunque nessuna guerra all'Iran è alle porte.
Neanche con la Siria, tantomeno il draft. Forse i "neocon" hanno spulciato l'elenco telefonico "amici dell'Iran" e ci hanno trovato dentro mezza Cina e due russi di passaggio. Forse possiamo portare la democrazia in Korea con le sciarpe arancioni di Soros?
> 7) il motivo per cui le Nazioni Unite incaricarono gli USA di intervenire era quello di riportare la sovranità nel Kuwait invaso
E chi ha detto a Saddam che tra Iraq e Kuwait erano "affari interni" e nessuno sarebbe intervenuto? La fatina buona del frigo? O April Glaspie?
> tutto il resto è noia (noia peraltro confermata negli anni dall'Onu, che evidentemente è pilotata dalla Cia: ma allora perché chiedete sempre l'intervento dell'Onu?).
L'unico intervento che chiedo all'ONU è che tornino tutti a casa loro, dopo aver restituito i soldi che hanno rubato fino a ieri. Non so quale motivo abbiano i socialisti rampanti a tenere in piedi una manica di delinquenti che include IMF, WB e relativi personaggi. Prima non vogliono la globalizzazione, poi vogliono l'immigrazione e il welfare globale, forse potrebbero emigrare tutti in Sudan e togliersi dai piedi.
> Saddam utilizzò le sue armi chimiche contro i curdi nelle regioni più ad ovest nei primi anni ottanta e contro i bambini-soldato iraniani.
Prima o dopo aver stretto la mano a Rumsfeld?
> mi chiedo come tu faccia a fidarti di un Centro Studi delle Forze Armate statunitensi.
Se loro si fidano della Diebold per fare le elezioni...
> 8)La storia dei pargoli strappati alle incubatrici risulta essere stata un falso (anche questa, notizia vecchia).
Eppure ogni tanto qualcuno la spaccia ancora per vera.
> Ma tu dimmi: quale operazione militare effettiva è stata intrapresa dopo la diffusione di quella storia? Che ruolo ha avuto quella storia?
Mi ricorda vagamente una certa Hill & Knowlton e un gruppetto chiamato "Citizens for a Free Kuwait."
> Le atrocità commesse dagli iracheni in Kuwait sono invece ampiamente documentate, chiedilo ai tuoi colleghi dell'Army War College.
Anche gli effetti dell'uranio impoverito sui pargoli appena nati. Davvero l'Iraq è il campo giochi preferito da grandi e piccini, ci trovi di tutto. Saranno contenti di aver ricevuto la "democrazia" in rate da 500kg dentro la finestra.
> I personaggi del nostro divertente universo parallelo sono quelli che stanno forgiando la politica internazionale degli anni 2000
E quale sarebbe l'obiettivo di questa politica internazionale? Molestare i cinesi finché staccano la spina al dollaro, o farsi prendere a pedate dai russi?
> Madison e Franklin con "Democrazia" non intendevano la democrazia che poi avrebbero realizzato, ma un sistema non costituzionale senza balance of power e diritti di proprietà.
Ora mi verrebbe da chiedermi che fine ha fatto il balance of power se il Congresso non dichiara più le guerre, e se il 16mo e 17mo emendamento - se ben ricordo - non sono stati ratificati da tutti gli stati. Soprattutto la proprietà privata ha fatto una fine molto amara.
> Ciò che per noi è la democrazia, loro chiamavano "Repubblica", parola che invece ricorre spesso nella Costituzione Usa.
Almeno la parola è rimasta. Tuttavia ti capita di sentire qualche imbecille che si lamenta perché "Bush è stato eletto con meno voti di Kerry", perché non ha idea dell'electoral college. Casualmente questi personaggi arrivano sempre da sinistra. Forse hanno un'idea di "democrazia" che non si sposa bene con quella di Republic. Non fu Lenin a dire che socialismo e democrazia sono indivisibili?
> e in quella vietnamita 120. L'ironia, a volte...
Forse democrazia = socialismo rampante, e il governo federale altro non è che un politburo. D'altra parte, l'IRS è la negazione della proprietà privata.
> Come hai detto tu, adesso facciamoci quattro risate.
Sorge la domanda: ma secondo te quello di Bush è un governo "di destra" o "di sinistra?" E se Bush sta a destra, Buchanan e soci dove li mettiamo?
> P.S. L'idea di rivalutare Saddam non è male, ma forse sei troppo avanti rispetto ai tempi.
Se stiamo prendendo calci nei denti dall'Iraq disarmato dall'ONU, non oso pensare alla festa che ci aspetta in Siria o in Iran (dove non è prevista alcuna guerra, però magari una missione di pace ci scappa.)
utente anonimo
#38
10:40, 20 febbraio, 2005
Calma Saddamovich, sei troppo nervoso per poter connettere.
1)Yanushenko era evidentemente un refuso. Si intendeva Yanukovich. Nun t'esaltà.
2)Nessuno di noi qui ignora nella misura in cui credi tu gli errori, le colpe e le responsabilità dei governi degli Stati Uniti, o della sua intelligence, o delle sue forze armate, dal 1776 o dal 1945 ad oggi.
Nessuno di noi qui è morbosamente guidato da pulsioni filoamericane che lo portino a chiudere gli occhi di fronte alla realtà del mondo.
Nessuno ignora che la manipolazione, la diplomazia, i negoziati sotterranei siano strumenti ampiamente usati nelle relazioni internazionali, indistintamente, da TUTTI i Paesi.
Nessuno di noi ha mai sostenuto che la guerra contro l'Iraq si fosse fatta per esportare la democrazia. Questa affermazione non è stata mai sostenuta da nessuno in nessuna sede internazionale se non si voleva suscitare ilarità tra gli astanti. Sarebbe stato peraltro controproducente, in sede Onu, dal momento che l'esportazione o la difesa della democrazia non è una delle funzioni delle Nazioni Unite.
Ora che siamo lì, però, tra le altre cose, una democrazia stiamo cercando di realizzare.
Tuttavia sappiamo benissimo che la vulgata de sinistra delle motivazioni petrolifere è una panzana grande quanto una casa.
Gli interessi muovono il mondo, e qui, gentile Saddamovich, nessuno crede che l'arena internazionale sia un club dei buoni sentimenti o delle buone intenzioni.
Non stai parlando con degli ingenui idealisti, ma con gente che non si beve, al contrario di quanto pensi tu, tutto quello che i main stream media ci ripetono.
3)George Soros? L'arcinemico di G.W. Bush adesso è un tuo nemico. Se ne dicono tante su di lui; è un finanziatore di campagne elettorali in giro per il mondo, molto spesso si ritrova in affari sporchi. Ma non è il caso di credere come dei bambini a tutto quello che i siti de sinistra ti riportano: complotto sionista, etc.
L'OSCE e l'ONU hanno dichiarato corrette le seconde elezioni svolte in Ucraina. Se ti spingi troppo in là con le critiche a Soros e all'Onu, rischi di trovarti fianco a fiano con G.W., occhio.
4)Saddam non ha avuto pressoché alcun ruolo negli attentati del 2001, io non lo credo e non lo crede nessuno.
5)Non sono stati i sauditi, e neanche gli iraniani. Tuo cugino che consegna le pizze alla Carlyle? Può essere.
6)Piano col qualunquismo su Israele. Hai mai sentito parlare della distinzione tra alleati e non alleati? Hai idea delle differenze esistenti tra lo Stato, le leggi, la prassi israeliana e l'Iran? Di che cosa stiamo parlando? Quale interesse ci spingerebbe mai ad attaccare Israele, un nostro alleato? Mah.
La mia tesi di laurea è incentrata sul rapporto tra Usa e Israele, sui gruppi di pressione ebraici al Congresso e le politiche derivate. Vuoi approfondire?
E comunque nessuna guerra all'Iran è alle porte.
7)Era una notizia vecchia di almeno 5 anni, quella di Halabja e il ruolo dei gas di Saddam contro i curdi. Ma non è stata mai usata come pretesto per muovere guerra all'Iraq : il motivo per cui le Nazioni Unite incaricarono gli USA di intervenire era quello di riportare la sovranità nel Kuwait invaso - tutto il resto è noia (noia peraltro confermata negli anni dall'Onu, che evidentemente è pilotata dalla Cia: ma allora perché chiedete sempre l'intervento dell'Onu?).
Saddam utilizzò le sue armi chimiche contro i curdi nelle regioni più ad ovest nei primi anni ottanta e contro i bambini-soldato iraniani.
E comunque mi fa piacere che tu apprezzi un Centro come lo US Army War College: mi chiedo come tu faccia a fidarti di un Centro Studi delle Forze Armate statunitensi.
8)La storia dei pargoli strappati alle incubatrici risulta essere stata un falso (anche questa, notizia vecchia). Ma tu dimmi: quale operazione militare effettiva è stata intrapresa dopo la diffusione di quella storia? Che ruolo ha avuto quella storia?
Le atrocità commesse dagli iracheni in Kuwait sono invece ampiamente documentate, chiedilo ai tuoi colleghi dell'Army War College.
9)Non staremo zitti, anche se ce lo chiedi tu.
I personaggi del nostro divertente universo parallelo sono quelli che stanno forgiando la politica internazionale degli anni 2000, e tu conduci battaglie di retroguardia.
10)La parola "Democrazia" non è citata nemmeno una volta nella Costituzione degli Stati Uniti. Al proposito ti consiglio di farti una cultura sull'accezione comune che il termine aveva tra il 1700 ed il 1800 nel mondo anglosassone.
Madison e Franklin con "Democrazia" non intendevano la democrazia che poi avrebbero realizzato, ma un sistema non costituzionale senza balance of power e diritti di proprietà.
Ciò che per noi è la democrazia, loro chiamavano "Repubblica", parola che invece ricorre spesso nella Costituzione Usa.
Per fare un paragone col fatto che la parola "Democrazia" non viene mai menzionata nella Costituzione Usa, pensa che invece nella Costituzione dell'Unione Sovietica veniva citata circa 370 volte, e in quella vietnamita 120. L'ironia, a volte...
Come hai detto tu, adesso facciamoci quattro risate.
Shark.
P.S. L'idea di rivalutare Saddam non è male, ma forse sei troppo avanti rispetto ai tempi.
utente anonimo
#37
12:08, 19 febbraio, 2005
Non so chi sia questo "Yanushenko". Sarà forse il figlio illegittimo di Yukanovich e Yuschenko? Mistero.
Immagino che il povero Shark non abbia la minima idea del ruolo di Soros e soci nella cosiddetta "rivoluzione arancione", o magari pensa che Saddam abbia tirato giù le torri o altre amenità. Ma no, sono stati i mullah afghani. Ma non erano i sauditi, passando per l'Iran? Forse è stato mio cugino che consegna le pizze al Carlyle.
Segue che abbiamo mandato un po' di militari americani a farsi ammazzare per far piacere a Sharon, Wolfowitz, Pollard, Franklin e soci.
E che dire dell'Iran, l'orrenda dittatura con un parlamento da 10 partiti? Non sia mai che guardi storto Israele solo perché accoppa un minorenne a settimana: dobbiamo fare guerra all'Iran (quindi a Cina, India, Russia & C) altrimenti Sharon ci dice che siamo antisemiti, dopo aver naturalmente accettato i soliti miliardi di "aiuti umanitari" pagati dai contribuenti USA.
Ovviamente, sotto il tirannico dittatore ogni iracheno aveva in dotazione almeno due kalashnikov, per sparare in aria e fare "ciao ciao" mentre si esibiva nelle parate dittatoriali.
Ah, e i Kurdi di Halabja sono stati gasati da Saddam, contrariamente all'analisi dell'Army War College, una manica di imbecilli e dilettanti. Fosgene, gas mostarda, Sarin, tutto uguale!
E i pargoli strappati dalle incubatrici sono ovviamente una storia vera, tanto vera che Amnesty ha ritrattato la storia, una divertente invenzione della 15enne "testimone" che purtroppo era - casualmente - la figlia dell'ambasciatore kuwaitiano negli USA.
Sorge l'ovvia domanda: se non sapete di che cosa state parlando, non fate forse una figura migliore a stare zitti?
Provate ad aprire un giornale prima di riempirvi la bocca di grandi ideali, magari funziona meglio.
Ci mancava solo Yanushenko: ora aspettiamo Sharonovich, Bushberg, Wolfo al-Witz e tutti gli altri personaggi del vostro divertente universo parallelo uscito da un fumetto Marvel.
Già che ci siete, perché non andate a leggere la Costituzione degli Stati Uniti e mi spiegate cortesemente dove sta scritta la parola "democracy", così mi faccio altre quattro risate?
Salutami Saddamovich...
utente anonimo
#36
10:14, 19 febbraio, 2005
E' che ultimamente stanno avendo diversi problemi ad accettare una cosa che si chiama elezioni : Afghanistan, [Australia, Stati Uniti], Iraq, Ucraina.
Preferivano il mullah Omar, Saddam e Yanushenko, evidentemente.
Shark.
utente anonimo
#35
22:40, 18 febbraio, 2005
Ma perchè la sinista cattocom sbarella così tanto quando si parla di queste cose?
antiKomunista
#34
21:26, 18 febbraio, 2005
"Guardate che qui non siano né tutti comunisti, né tutti imbecilli, e la favoletta dell'Iran nazista, o del dittatore Saddam, o di "
Cioè la favoletta sarebbe che:
L'Iran è una tirannia con forti contenuti aniebraici;
S. Hussein era un tirranico dittatore.
Allora cappuccetto rosse e cenerentola sono cronache!
Tedo
utente anonimo
#33
20:33, 18 febbraio, 2005
Come siete carini, tutti insieme. Se volete vi posso seppellire di carte sull'Oil For Food o su qualsiasi altro tema a voi caro, così magari vi passa la voglia di darvi importanza a forza di pacche sulle spalle. Guardate che qui non siano né tutti comunisti, né tutti imbecilli, e la favoletta dell'Iran nazista, o del dittatore Saddam, o di Bush che esporta la democrazia non se l'è bevuta nessuno. Tantomeno quella della democrazia in Ucraina.
Ma se a voi piace sguazzare nel letame, parlando di "patria" e contemporaneamente baciando le natiche di Annan, accomodatevi pure: ad ognuno il feticcio che merita.
utente anonimo
#32
20:16, 18 febbraio, 2005
Paga il copyright a Christian Rocca...
utente anonimo
#31
19:28, 18 febbraio, 2005
Molti commenti alcuni lodevoli altri insulsi, altri ancora ignorabili, ma uno più di tutti mi salta all'occhio "... Lei cosa ci faceva in irak?..." mi chiedo se si tratti di idiozia o voglia di provocare inutilmente. Perchè non metti un bel disclaimer con scritto "non ve lo posso dire" almeno la smettono di porti questa stupida domanda a cui giustamente non dai mai risposta.
utente anonimo
#30
19:10, 18 febbraio, 2005
Per rispondere a Barbara: no.
Shark.
utente anonimo
#29
18:54, 18 febbraio, 2005
Noto con interesse che tutti (o quasi) coloro che sono solidali con Stefio, favorevoli alla presenza della coalizione in Iraq, convinti che dal caos stia lentamente emergendo qualcosa che col tempo potrebbe portare a qualcosa di simile alla democrazia, portano argomenti, dati, fatti. Coloro che attaccano Stefio, che sostengono la necessità di lasciare immediatamente l'Iraq, che credono che oggi la situazione sia peggiore che sotto Saddam, portano unicamente slogan e proclami: sarà un caso?
barbara
utente anonimo
#28
18:46, 18 febbraio, 2005
La democrazia si esporta eccome ! Con guerra o senza guerra, ma si deve promuovere.
I nemici del popolo iracheno tendono a non dire che gli iracheni preferiscono cento volte l'"occupazione" americana, che stare sotto il tallone di un dittatore.
Questo certo non lo capiamo noi, che stiamo comodi nelle nostre città occidentali, mica abbiamo mai subito qualche tortura da un Saddam qualsiasi..
Perciò,almeno non si provi a parlare a nome degli iracheni, perchè dimostra quando si è nemici del popolo iracheno.
Come la mettiamo col Sudan?
Si sta arrivando al milione di morti,se non si fa qualcosa.
Donne e bambini le principali vittime.
Ma perchè non si scende in piazza per condannare i criminali del regime sudanese??
Perchè non ci sono di mezzo gli americani..
Penso che la sinistra dovrebbe solo vergognarsi.
persialover
#27
14:50, 18 febbraio, 2005
FilippoSerlo,
ma il post di Stefio l'hai letto?
Quello è il tema. Se Tu vuoi parlare delle tue convinzioni, è ovvio che puoi farlo. Ma è una scelta che rimane tutta tua.
Io intendevo rispondere al primo anonimo che mi pareva parlasse senza sapere quel che diceva, sempre comunque
in topic
.
Non ho mai inteso intavolare una discussione generale sull'Iraq, tantomeno sono interessato a farlo con uno che sostiene tesi come le tue.
Senza offesa.
Friedrich
Dilifa
#26
14:45, 18 febbraio, 2005
evito di commentare il Suo post. volevo solo chiederLe di soddisfare una mia piccola curiosità: Lei cosa ci faceva in irak?
grazie e sentiti saluti.
mauci
#25
14:43, 18 febbraio, 2005
Mamma mia!
Ma è incredibile come 4 persone in un venerdì pomeriggio abbiano tirato fuori tante versioni diverse della storia...
La storia, propio perchè passata dovrebbe essere oggettiva, e invece ecco qui tirare fuori a piacimento dal cappelo, accordi, trattati, guerre, estrapolandoli dal loro contesto originario, solo per avvalorare la propia tesi.
La vergogna sta propio nel "tirar in ballo" morti e santi per dire di aver ragione, provate a dire la vostra opinione, avvalandola con il vostro pensiero e sistema di idee, in Irak si torna o si resta, si perchè, no perchè, lasciate in pace Stalin e il Duce.
Io personalmente non sono convinto che la democrazia sia sempre possibile, e che oggi in irak bisogna rimanere, per il semplice motivo che una volta alzato il coperchio della pentola bollente, va richiuso...
Il giusto era non aprire il coperchio, anche perchè le prime e più vere motivazioni del gesto, non erano certo la democrazia e la ricostruzione... forse il petrolio...
FilippoSerlo
#24
14:42, 18 febbraio, 2005
Paolo, è solo un troll,
nun ce pérde tempo...
Friedrich
Dilifa
#23
14:31, 18 febbraio, 2005
All'utente anonimo si può obiettare che gli USA non hanno mai riconosciuto l'Irak di Saddam, tranne che quando l'hanno utilizzato per cercare di bloccare l'Iran dell'altro campione nazista di Komeyni. Quanto al petrolio, 60 MLD di $ transitati da Paribas per Oil for Food possono bastare? Può anche bastare il flusso ininterrotto di petrodollari e rubli arrivato nelle casse dei Cossutta?
Quanto alle armi:
FORNITORI DI ARMAMENTI
A SADDAM HUSSEIN
(periodo: 1973 -1991)
United States
$5,000,000
Britain
$330,000,000
Germany
$995,000,000
China
$5,500,000,000
France
$9,240,000,000
Soviet Union
$31,800,000,000
Dati di Anthony Cordesman, per il Center for Strategic and International Studies.
Vi è inoltre uno studio analogo del Sipri di Stoccolma (Stockholm International Peace Research Institute), aggiornato al 2000.
L'ignoranza pelosa è servita?
Paolo-di-Lautreamont
#22
14:23, 18 febbraio, 2005
Shark e Friedrich uniti nella lotta, e a quanto pare anche nell'ignoranza: a parte darsi man forte non mostrano particolari segni di vita. Che ne dite di una bella sveglia al collo? drinnn...
utente anonimo
#21
13:49, 18 febbraio, 2005
si infatti in afghanistan è finita la guerra, vero?
ma fammi il piacere
e rispiarmiami il tuo qualquismo da citazione finto colta.
salvotom
#20
13:48, 18 febbraio, 2005
Shark, dell'anonimo sono anonime anche le minchiate che scrive. Non valgono i secondi che si perdono a leggerle.
Ciao.
Friedrich
Dilifa
#19
13:15, 18 febbraio, 2005
L'Afghanistan non è una vicenda del secondo dopoguerra.
L'affermazione "quelle vicende sono uniche ed irripetibili" è qualunquista: ogni vicenda è unica ed irripetibile.
Dalla tua sicurezza nell'escludere categoricamente che la democrazia fosse esportabile con la guerra sembrava invece che tu considerassi SEMPRE impossibile questa possibilità.
Ti ho solo fornito qualche esempio del contrario.
Time will tell, but time has also told.
Shark.
utente anonimo
#18
13:07, 18 febbraio, 2005
sorvegliato potrei farti migliaia di esempi opposti
e poi le vicende del secondo dopoguerra sono uniche e irripetbili e nascono da un contesto diversissimo ed eccezzionale.
quanta superbia...
finisco qui
mi tiro fuori
il tempo ci darà le sue risposte
salvotom
#17
12:40, 18 febbraio, 2005
P.S.: ho linkato il tuo blog...
WG
#16
12:36, 18 febbraio, 2005
Chi è a sinistra non ha una mentalità storica. Infatti, ad esempio, come mai nessuno di loro ha mai commentato l'alleanza tra Stalin ed Hitler, in modo tale che il primo si è preso la Lituania, Lettonia, Estonia e ha devastato la Finlandia, e ha avuto metà Polonia e ha ucciso molti prigionieri di quel paese in maniera barbara? Perché?
Non conoscono la storia: molti ragazzi di sinitra blaterano con parole altrui, senza sapere alcuna origine del pensiero.
WG
#15
12:31, 18 febbraio, 2005
Friedrich mi sa che questo ce l'ha con te.
Shark.
utente anonimo
#14
12:29, 18 febbraio, 2005
> Ma va' anonimamente a cagare, va'...
Con questo brillante intervento aspiri forse alla parte di cameriere dell'ONU, degli USA, di Israele, o di qualche altro attore sulla scena? Prova ad aprire un giornale, magari ti svegli un attimo.
utente anonimo
#13
12:24, 18 febbraio, 2005
Mmmmhm.Menagramo. Per quale altra via si sarebbero potute tenere elezioni libere con decine di partiti, l'apertura di 200 giornali liberi, e la caduta del regime baathista ?
Per quanto riguarda la democrazia esportata con la guerra:
Italia 1943-1948.
Germania 1945-1949.
Giappone 1945-1952.
Austria 1945-1955.
Afghanistan 2001-2004.
Com'era la storia della clava...? Forte.
Shark.
utente anonimo
#12
12:09, 18 febbraio, 2005
la democrazia non si acquista con le risoluzioni onu e non si esporta con la guerra
non sarà la comparsata delle elezioni a portare pace in una terra martoriata da decenni e figlia di spartizioni infami.
quale popolo ,e in nome di cosa, accetta che il proprio suolo venga occupato e che i propri fratelli vengano uccisi?
quante persone hanno già perso la vita e quanti la perderanno ancora?
uomo del terzo millennio, colpisci tuo fratello ancora con la clava!
la pace passa per altre via
mi fate pena
salvotom
#11
11:24, 18 febbraio, 2005
D'accordo con Friedrich in risposta all'anonimo del secondo commento sulle Risoluzioni Onu per l'Iraq.
Anziché avanzare gradasse affermazioni di competenza farebbe bene a documentarsi.
La Risoluzione citata da Stefio è quella del giugno 2004 ed è quella che dal punto di vista del diritto internazionale LEGITTIMA la nostra presenza sul territorio.
Eppure la Risoluzione 1511 dell'ottobre del 2003 faceva lo stesso:
"La Risoluzione 1511 sull'Iraq del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, 16 ottobre 2003:
(La risoluzione crea le premesse per un miglioramento politico, economico e della sicurezza)
Il 16 ottobre scorso, il Consiglio di Sicurezza ha approvato all'unanimità una risoluzione che getta le basi per una partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite alla ricostruzione politica ed economica dell'Iraq e al mantenimento della sicurezza.
La risoluzione, originariamente proposta dagli Stati Uniti, è stata appoggiata da Camerun, Spagna e Regno Unito. Tale risoluzione, adottata ai sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite, si concentra su tre aree principali: la leadership irachena e il passaggio dei poteri dall'Autorità Provvisoria della Coalizione al popolo iracheno; il mantenimento di condizioni di sicurezza a opera di una forza multinazionale sotto comando unificato; la partecipazione internazionale e delle Nazioni Unite al finanziamento dei progetti di ricostruzione e di ripresa. La risoluzione conferisce, inoltre, alle Nazioni Unite un ruolo più importante nell'assistere l'Iraq nel processo politico e in altri ambiti, quali diritti umani, aiuti umanitari e sviluppo sostenibile.
In una dichiarazione rilasciata al Consiglio di Sicurezza dopo il voto, l'Ambasciatore statunitense John Negroponte ha sottolineato che la forza multinazionale opererà sotto "il comando unificato degli Stati Uniti".
La risoluzione riconosce l'attuale Consiglio di Governo iracheno e i Ministri che ne fanno parte quali "organi principali dell'Amministrazione provvisoria irachena" e concede a tale Consiglio due mesi di tempo, fino al 15 dicembre 2003, per presentare al Consiglio di Sicurezza una tabella di marcia per la stesura di una nuova Costituzione e per la convocazione di elezioni democratiche ai sensi di tale Costituzione.
Contemplando che "il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico" e per permettere alle Nazioni Unite di lavorare nel Paese, la risoluzione autorizza una "forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq". Tale forza dovrà riferire al Consiglio di Sicurezza almeno ogni sei mesi.
La risoluzione dispone, altresì, che l'Autorità Provvisoria della Coalizione "restituisca, prima possibile, le responsabilità e l'autorità di Governo alla popolazione dell'Iraq" e chiede all'Autorità, al Consiglio di Governo iracheno e al Segretario Generale delle Nazioni Unite di tenere informato il Consiglio di Sicurezza sui progressi compiuti.
Il testo esorta le Nazioni a partecipare alla forza multinazionale con l'invio di forze militari e invita i Paesi Membri e gli Istituti finanziari internazionali a fornire le risorse necessarie, compresi prestiti e altri aiuti finanziari, per la ripresa e la ricostruzione della infrastruttura economica irachena.
Nella risoluzione, inoltre, il Consiglio "condanna inequivocabilmente" gli attacchi terroristici avvenuti in Iraq e invita le Nazioni a impedire il transito di terroristi, il trasferimento di armi e di finanziamenti per le attività terroristiche all'interno del Paese.
Segue il testo della risoluzione:
Camerun, Spagna, Regno Unito di Gran Bretagna e d'Irlanda del Nord e Stati Uniti d'America: Risoluzione 1511
Risoluzione 1511
Il Consiglio di Sicurezza,
confermando le precedenti risoluzioni adottate sull'Iraq, comprese la 1483 (2003) del 22 maggio 2003 e la 1500 (2003) del 14 agosto 2003, sulle minacce causate dagli atti terroristici alla pace e alla sicurezza, compresa la Risoluzione 1373 (2001) del 28 settembre 2001, e altre importanti risoluzioni,
sottolineando che la sovranità irachena risiede nello Stato iracheno, ribadendo il diritto del popolo iracheno a determinare liberamente il proprio futuro politico e il controllo delle proprie risorse naturali, confermando il bisogno di pervenire rapidamente al giorno in cui gli iracheni potranno governarsi da soli e riconoscendo l'importanza del sostegno internazionale, in particolar modo dell'appoggio dei Paesi della regione, dei Paesi confinanti con l'Iraq e delle Organizzazioni della regione, nel portare avanti tale processo con rapidità,
riconoscendo che il sostegno internazionale per il ripristino di condizioni di stabilità e sicurezza è indispensabile per il benessere della popolazione dell'Iraq e per permettere a quanti coinvolti nel processo di svolgere il proprio lavoro nell'interesse della popolazione dell'Iraq e accettando di buon grado i contributi dei Paesi Membri a tal proposito, ai sensi della Risoluzione 1483 (2003),
Approvando la decisione del Consiglio di Governo iracheno di costituire una Commissione costituzionale preparatoria per l'organizzazione della Conferenza costituzionale in cui si redigerà una Costituzione in grado di includere le aspirazioni del popolo iracheno ed esortando il Consiglio a compiere velocemente tale processo,
Affermando che l'attentato terroristico contro l'Ambasciata giordana, avvenuto il 7 agosto 2003, quello contro il quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad del 19 agosto 2003, l'attacco contro la Moschea dell'Imam Ali a Najaf il 29 agosto 2003, l'attentato contro l'Ambasciata turca del 14 ottobre 2003 e l'omicidio di un diplomatico spagnolo il 9 ottobre 2003 sono attacchi contro il popolo iracheno, contro le Nazioni Unite e contro la comunità internazionale e deplorando l'assassinio di Akila al Hashimi, morta il 25 settembre 2003, come un attacco contro il futuro dell'Iraq,
In tale contesto, ricordando e ribadendo la dichiarazione rilasciata dal Presidente il 20 agosto 2003 (S/PRST/2003/13) e la Risoluzione 1502 (2003) del 26 agosto 2003,
Riconoscendo che la situazione in Iraq, seppur migliorata, continua a rappresentare una minaccia per la pace e la sicurezza internazionale,
Ai sensi del capitolo VII dello Statuto delle Nazioni Unite,
1. Conferma la sovranità e l'integrità territoriale dell'Iraq e sottolinea, in tale contesto, la natura temporanea dell'esercizio, da parte dell'Autorità Provvisoria della Coalizione, degli specifici doveri, responsabilità e autorità, previsti dal diritto internazionale applicabile e contenuti nella Risoluzione 1483 (2003). Tale esercizio avrà fine non appena un Governo rappresentativo, riconosciuto a livello internazionale ed eletto dal popolo iracheno, si sarà insediato, previo giuramento, e assumerà le responsabilità dell'Autorità, anche in virtù di quanto previsto nei paragrafi 4, 5, 6, 7 e 10 seguenti:
2. Approva il consenso dimostrato dalla comunità internazionale, da organismi quali la Lega Araba, l'Organizzazione della Conferenza islamica, l'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Educazione, la Scienza e la Cultura, all'istituzione di un Consiglio di Governo ampiamente rappresentativo come elemento determinante per la nascita di un Governo rappresentativo, riconosciuto a livello internazionale;
3. Sostiene gli sforzi del Consiglio di Governo volti a coinvolgere il popolo iracheno, anche attraverso la designazione di un Gabinetto dei Ministri e di una Commissione costituzionale preparatoria, in modo da poter portare avanti un processo in cui il popolo stesso assumerà gradualmente il controllo del Paese;
4. Stabilisce che il Consiglio di Governo e i Ministri che ne fanno parte sono gli organi principali dell'Amministrazione provvisoria irachena, la quale, fatti salvi i suoi futuri sviluppi, rappresenta la sovranità dello Stato iracheno nella fase di transizione, ovvero fino all'insediamento di un Governo rappresentativo, riconosciuto a livello internazionale, che assumerà le responsabilità dell'Autorità;
5. Delibera che le nascenti strutture dell'Amministrazione provvisoria irachena assumeranno gradualmente l'amministrazione dell'Iraq;
6. In tale contesto, invita l'Autorità a restituire, prima possibile, le responsabilità e l'autorità di governo alla popolazione dell'Iraq e chiede che l'Autorità, quando opportuno, in collaborazione con il Consiglio di Governo e con il Segretario Generale, riferisca al Consiglio di Sicurezza sui progressi compiuti;
7. Invita il Consiglio di Governo a sottoporre al Consiglio di Sicurezza, entro il 15 dicembre 2003, una tabella di marcia e un programma, elaborati in collaborazione con l'Autorità e, quando le circostanze lo consentiranno, con il Rappresentante Speciale del Segretario Generale, per redigere la nuova Costituzione irachena e per indire, ai sensi di tale Costituzione, lo svolgimento di elezioni democratiche;
8. Dispone che le Nazioni Unite, per mezzo del Segretario Generale, del suo Rappresentante Speciale e della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Iraq, dovrebbero consolidare il proprio ruolo vitale in Iraq, adoperandosi, fra l'altro, per fornire aiuti umanitari, favorire la ripresa economica e le condizioni per uno sviluppo sostenibile e portare avanti gli sforzi per ristabilire e creare istituzioni nazionali e locali per un Governo rappresentativo;
9. Richiede che, quando le circostanze lo consentiranno, il Segretario Generale porti avanti l'azione prevista nei paragrafi 98 e 99 del suo rapporto redatto il 17 luglio 2003 (S/2003/715);
10. Prende atto dell'intenzione del Consiglio di Governo di indire una Conferenza costituzionale e, riconoscendo l'estrema importanza della convocazione di tale Conferenza per il conseguimento del pieno esercizio della sovranità, chiede che la sua preparazione avvenga attraverso un dialogo e un consenso nazionale prima possibile ed esige che il Rappresentante Speciale del Segretario Generale, al momento della convocazione della Conferenza o quando le circostanze lo consentiranno, metta a disposizione del popolo iracheno la straordinaria competenza specifica delle Nazioni Unite per questo processo di transizione politica, anche mediante la creazione di un sistema elettorale;
11. Richiede al Segretario Generale di garantire la disponibilità delle risorse delle Nazioni Unite e delle Organizzazioni affiliate, in caso vi siano richieste in tal senso da parte del Consiglio di Governo iracheno e quando le circostanze lo consentiranno, per favorire l'avanzamento del programma formulato dal Consiglio di Governo, contemplato nel paragrafo 7, e incoraggia altre Organizzazioni specializzate nel settore a sostenere il Consiglio di Governo iracheno, qualora richiesto;
12. Richiede al Segretario Generale di informare il Consiglio di Sicurezza sull'assolvimento delle responsabilità a lui assegnate in questa risoluzione, sugli sviluppi e sull'attuazione della tabella di marcia e del programma ai sensi del predetto paragrafo 7;
13. Stabilisce che il conseguimento della sicurezza e della stabilità è fondamentale per riuscire a portare a termine con successo il processo politico come previsto nel citato paragrafo 7 e per permettere alle Nazioni Unite di sostenere efficacemente tale processo e l'attuazione della Risoluzione 1483 (2003). Autorizza, altresì, la Forza multinazionale sotto comando unificato a prendere tutti i provvedimenti necessari per contribuire al mantenimento della sicurezza e della stabilità in Iraq, anche al fine di garantire le condizioni necessarie all'attuazione della tabella di marcia e del programma e di contribuire alla sicurezza della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite per l'Iraq, del Consiglio di Governo iracheno, di altre Istituzioni dell'Amministrazione provvisoria irachena e delle principali strutture umanitarie ed economiche;
14. Esorta i Paesi Membri a dare il proprio contributo, in virtù di questo mandato delle Nazioni Unite, anche con l'invio di forze militari, alla Forza multinazionale sopramenzionata nel paragrafo 13;
15. Delibera che il Consiglio dovrà esaminare le esigenze e la missione della Forza multinazionale, citata nel paragrafo 13, entro un anno dalla data di questa risoluzione e che, in ogni caso, il mandato di tale forza scadrà al completamento del processo politico descritto nei paragrafi 4,5,6,7 e 10. Manifesta la disponibilità a esaminare, in tale occasione, qualsiasi esigenza futura per prolungare la missione della forza multinazionale, tenendo conto delle opinioni del Governo rappresentativo iracheno, riconosciuto a livello internazionale;
16. Sottolinea l'importanza di istituire forze di polizia e di sicurezza in grado di far rispettare la legge, mantenere l'ordine e la sicurezza e di combattere il terrorismo secondo quanto contemplato nel paragrafo 4 della Risoluzione 1483 (2003) e invita i Paesi Membri, le Organizzazioni internazionali e le Organizzazioni della regione a contribuire all'addestramento e all'equipaggiamento delle forze di polizia e di sicurezza irachene;
17. Esprime profonda solidarietà e cordoglio per le perdite subite dal popolo iracheno e dalle Nazioni Unite e per le famiglie del personale delle Nazioni Unite e di altre vittime innocenti rimaste uccise o ferite in quei tragici attacchi;
18. Condanna inequivocabilmente l'attentato terroristico contro l'Ambasciata giordana, avvenuto il 7 agosto 2003, quello contro il quartier generale delle Nazioni Unite a Baghdad del 19 agosto 2003, l'attacco contro la Moschea dell'Imam Ali a Najaf il 29 agosto 2003, l'attentato contro l'Ambasciata turca del 14 ottobre 2003, l'omicidio di un diplomatico spagnolo il 9 ottobre 2003 e l'assassinio di Akila al Hashimi, morta il 25 settembre 2003, e sottolinea che i responsabili devono essere assicurati alla giustizia;
19. Invita i Paesi Membri a impedire il transito di terroristi in Iraq, di armi e di finanziamenti atti a sostenere i terroristi e, a tal proposito, sottolinea l'importanza di intensificare la cooperazione dei Paesi della regione, in particolar modo dei Paesi confinanti con l'Iraq;
20. Si appella ai Paesi Membri e agli Istituti finanziari internazionali affinché intensifichino gli sforzi per assistere la popolazione dell'Iraq nella ricostruzione e nello sviluppo economico ed esorta tali Istituti a prendere provvedimenti immediati per fornire all'Iraq prestiti e altri aiuti finanziari, collaborando con il Consiglio di Governo e con i Ministri competenti;
21. Esorta i Paesi Membri, le Organizzazioni internazionali e le Organizzazioni della regione a sostenere l'opera di ricostruzione dell'Iraq, avviata con la Riunione consultiva delle Nazioni Unite del 24 giugno 2003, anche assumendo impegni sostanziali durante la Conferenza dei Donatori internazionali che avrà luogo a Madrid il 23 e il 24 ottobre 2003;
22. Invita i Paesi Membri e le Organizzazioni interessate a dare il proprio contributo per far fronte alle esigenze del popolo iracheno mediante l'approvvigionamento delle risorse necessarie per la ripresa e la ricostruzione della struttura economica dell'Iraq;
23. Sottolinea che la Commissione Internazionale per la Consulenza e il Monitoraggio, menzionata nel paragrafo 12 della Risoluzione 1483 (2003), dovrebbe essere istituita con priorità e ribadisce che il Fondo per lo Sviluppo dell'Iraq dovrà essere impiegato in maniera trasparente come contemplato nel paragrafo 14 della Risoluzione 1483 (2003);
24. Ricorda a tutti i Paesi Membri i propri doveri ai sensi dei paragrafi 19 e 23 della Risoluzione 1483 (2003), in particolar modo il dovere di destinare immediatamente capitali, altre attività finanziarie e risorse economiche al Fondo per lo Sviluppo dell'Iraq a beneficio del popolo iracheno;
25. Richiede agli Stati Uniti, a nome della forza multinazionale sopramenzionata nel paragrafo 13, di riferire al Consiglio di Sicurezza sugli sforzi e i progressi compiuti ogni qualvolta sia opportuno e, comunque, almeno ogni sei mesi;
26. Delibera di continuare a seguire la questione".
Leggasi: l'Italia si trova in Iraq proprio in ottemperanza a tale Risoluzione e per rendere la stabilizzazione del Paese più facile e veloce.
L'intervento militare non fu autirizzato dal Consiglio di Sicurezza, la presenza delle nostre truppe è stata autorizzata dall'Assemblea Generale con diverse Risoluzioni.
Sulle competenze affidate al nostro contingente in Iraq (pace/guerra/armi/non armi) si vedano le regole d'ingaggio previste nell'Operazione Antica Babilonia:
Regole di Ingaggio (R.O.E.)
L’impiego effettivo delle forze è stabilito sulla base della “Direttiva Ministeriale” e del conseguente “Ordine di operazioni” che include, tra le altre, anche le Regole di Ingaggio. Il profilo delle operazioni è essenzialmente protettivo e di sicurezza. L’uso della forza è esercitato al livello più basso possibile, nel rispetto del diritto internazionale e delle leggi e regolamenti nazionali.
Il Contingente viene impiegato in modo unitario ed integrato, al fine di sfruttare al massimo le sue capacità.
E’ stato approntato il Catalogo delle ROE (Rules of Engagement - Regole d’Ingaggio), applicabili a tutte le Forze impiegate (terrestri, navali, aeree e Carabinieri).
Le ROEs sono comuni e concordate con tutti i contingenti della coalizione. Sono realizzate sulla base del catalogo delle ROEs della NATO.
Le ROEs inserite nel Catalogo sono basate sul concetto dell’uso della forza minima, necessaria e proporzionale all’offesa.
In questo quadro è previsto che l’uso della forza sia esercitato al livello più basso possibile, in funzione delle circostanze ed in misura proporzionale alla situazione, nel rispetto del diritto internazionale, nonché delle leggi e regolamenti nazionali. In particolare esso deve assicurare, nel modo più efficace, la tutela e la sicurezza del nostro personale.
Il personale è soggetto al Codice Penale Militare di Guerra, così come previsto nelle operazioni militari internazionali, anche per garanzie inderogabili del diritto umanitario. Tale Codice, con le modifiche intervenute in occasione della conversione in legge del decreto legge n. 4/2003, è stato di recente oggetto di allineamenti al dettato costituzionale.
Proprio per "portare cibo aiuti e medicinali", proprio per proteggere la popolazione, bonificare il territorio dalle bande armate è previsto l'impiego delle armi, seppur in misura il più possibile ridotta. Per questo si effettuano operazioni di pattugliamento e ricognizione.
Operazioni di guerra e regole d'ingaggio di guerra sono tutt'altra storia.
L'unità del maresciallo Simona Cola (non Salvatore, come dice lui) si era mossa in soccorso di un'altra unità inglese colpita dal fuoco di un mortaio.
Shark.
utente anonimo
#10
10:30, 18 febbraio, 2005
Grande Friedrich
questi anonimi hanno sempre un coraggio da vendere. Dicono talmente tante scemenze che si vergognano a mettere una firma
Caro Stefio, ti ringrazio per il link :-)
Ma scherzi? Perderebbero troppo tempo a leggersi le risoluzioni ONU! Fanno prima a sbraitare ONU ONU ONU.
un caro saluto.
watergate2000
#9
10:26, 18 febbraio, 2005
*SFANCULATA RETTIFICATA*
...ecco, sì, mancavano i pedofili per
essere
pienamente in argomento e logicamente consequenziali...
Ma va' anonimamente a cagare, va'...
Friedrich
Dilifa
#8
10:24, 18 febbraio, 2005
...ecco, sì, mancavano i pedofili per pienamente in argomento e logicamente consequenziali...
Ma va' anonimamente a cagare, va'...
Friedrich
Dilifa
#7
10:19, 18 febbraio, 2005
Ma no, ma dai: tutti sanno che a Nassiryia c'è il famoso pozzo dell'AGIP, come si può facilmente capire andando a leggere le carte dell'Energy Task Force di Cheney (leggi Halliburton) che parlano di un progetto di 23 anni con ENI/AGIP. Non venitemi a raccontare che siamo andati ad aiutare i poveri iracheni a liberarsi dalla dittatura, altrimenti qualcuno dovrebbe spiegare perché sotto la dittatura ogni iracheno aveva due kalashnikov in casa, mentre qui in democrazia le forze dell'ordine ti prendono a manganellate quando non tirano qualche arma chimica proibita nelle piazze di qualche città.
E per quanto riguarda l'ONU e la sinistra: forse nessuno si è accorto del lievissimo problema dei peacekeeper pedofili in Congo, Liberia, Sierra Leone e compagnia? Il governo e l'opposizione sono talmente asserviti all'ONU da far finta di non capire quello che succede? Forse perché altrimenti l'IMF dice che non siamo a posto con i conti pubblici e tutti si mettono a piangere? Vediamo di non prenderci in giro più del necessario...
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