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#9
14:31, 23 novembre, 2004
Prendiamo solo gli ultimi quattro giorni. Corriere della Sera, venerdì 19 novembre, titolo: "Casini: ho esaurito
la mia spinta propulsiva
sul Cavaliere". Sommario:
"Il presidente
della Camera: Berlusconi sembrava aver accettato
il principio di collegialità, poi ha
cambiato idea". Sabato 20, ultimatum sulle
tasse, Casini ricorda in prima pagina Amintore
Fanfani: "Gli uomini di parte e di dialogo",
continua, nove colonne, a pagina sei.
A pagina due, titolo: "Casini preoccupato:
Silvio vuole di nuovo fare tutto da solo".
Stessa pagina, altro titolo: "Casini: i cattolici
non sono minacciati". Domenica 21 novembre,
grande in prima: "Tasse, Casini frena
Berlusconi, il presidente della Camera chiede
un intervento 'virtuoso'". Pagina due, Casini:
"Giusto tagliare, però niente avventure".
Pagina tre: "Casini frena Berlusconi:
vanno rispettati i vincoli europei". Ieri, titolone:
"Sulle tasse Pera contro Casini". Grande
in seconda: "Volontè: Casini ragionevole".
Grande in terza: "Pera a Casini: l'Europa
non è un alibi". Magico, imbattibile, equilibratissimo
Corriere: per un Casini gonfiato
come un Caso, c'è il suo bel Folli che si restringe
in Follini.
Silvio Berlusconi senza vie di mezzo
Giù le tasse, non è una promessa
ma una strategia e un mandato del popolo
Un programma sottoscritto dai leader della Cdl o lo si attua o la parola torna al paese
Il mio partito ed io non siamo disposti a voltafaccia
Gentile direttore - Questo che la prego di
ospitare non è un articolo, è quasi un manifesto.
E' una postilla al contratto con gli
italiani, ma decisiva perché ne riassume il
significato e il valore politico ed etico. Infatti
quel contratto non era un espediente
elettorale, secondo la versione banale che
ne danno i soliti increduli e qualche praticone
della politica politicante. Quel contratto
esprimeva il senso stesso del mio ingresso
nella politica italiana, dieci anni fa.
Era l'unica legittima giustificazione, dopo
sette anni di inganni seguiti al ribaltone
del '94, della perseveranza e perfino dell'ostinazione
con cui un imprenditore aveva
cambiato vita e mestiere per compiere una
"missione politica" nel senso più alto e necessario
di questa espressione.
Il cuore del contratto con gli italiani è
che questo paese può fare meglio, può
diventare più libero e più responsabile.
E che questa nuova libertà responsabile
è possibile ottenerla
solo ed esclusivamente riducendo
la dipendenza
del cittadino,
e in primo
luogo del
lavoratore,
del contribuente,
dallo
Stato, che è fatto per
servirlo e non per esserne
servito. La riduzione
del carico fiscale
sul reddito individuale
e sull'impresa
grande e piccola non è
né un regalo né una promessa:
è bensì una strategia
di cambiamento del
nostro modo di vita, è un
nuovo orizzonte, è una
nuova frontiera della
politica. Il cuore del
cuore del contratto era la chiara e libera
volontà, affermata testualmente e chiaramente,
di vincolare alla realizzazione di
questo programma la sorte del mio impegno
personale e di quello del partito di
maggioranza relativa che ho avuto l'onore
di fondare dieci anni fa. Se le imposte si riducono
in modo consistente e visibile, la
corsa continua. Altrimenti, la parola deve
tornare agli italiani perché siano loro a decidere
del proprio destino.
Ridimensionare la spesa pubblica
Lo stolto dice che sono prigioniero delle
promesse elettorali. Non è così. Io sono volontariamente
prigioniero solo della mia
idea di libertà, in economia e in politica. Io
sono convinto che l'azione di governo deve
fondarsi su un mandato, e che il mandato
degli elettori sovrani è il fondamento, è la
legittimazione dell'esistenza di un governo
e della sua effettiva capacità di agire. Il resto
è professionismo politico senza contenuto
e senza legittimità democratica. Se
sulle nostre spalle pesa uno dei debiti di
Stato più colossali del mondo, la colpa è di
governi che hanno governato senza tenere
in alcun conto il mandato elettorale. Se la
benedetta introduzione della moneta unica
europea ha fino ad ora prodotto un risultato
che è l'esatto contrario dello scopo per
cui l'euro nacque, e cioè un'economia asfittica
e una crescita zoppicante sotto il fardello
del vincolismo "stupido" invece che
una liberazione delle grandi energie dell'Unione,
lo si deve di nuovo al clamoroso
abbaglio di una politica senza mandato. Le
burocrazie e i partiti sono l'ossatura costituzionale
dello Stato e i necessari protagonisti
della vita pubblica, ma il protagonista
più grande e indiscusso è il cittadino elettore,
è lui il padrone costituzionale delle
decisioni che lo riguardano.
La riduzione strutturale delle imposte,
combinata con un intelligente ridimensionamento
e cambiamento qualitativo della
spesa pubblica e con un duttile ricorso al
deficit di bilancio, è la leva che ha permesso
i più grandi risultati nella storia dell'economia
occidentale. Senza sviluppo non
c'è risanamento, ma stagnazione. E senza
maggiore libertà economica, lo sviluppo
non arriverà mai. Attivare la leva fiscale è
la politica di questo governo, concordata
con la maggioranza che lo ha eletto e presentata
nella massima chiarezza agli italiani
e sottoscritta con parole inequivoche dai
leader e dai candidati dei partiti della coalizione
di governo. Impossibile anche solo
pensare che a questo programma si possa
rinunciare, aggiustando in qualche modo le
cose a seconda di nuove convenienze e rinnegando
un esplicito mandato con argomenti
contingenti e di facciata. Il mio partito
ed io non siamo a disposizione per questo
voltafaccia. Il presidente del Consiglio
non è a disposizione per questo rovesciamento
del senso stesso di una missione di
cambiamento e di sviluppo del paese.
Sono orgoglioso della stabilità assicurata
all'Italia. Dei progressi nel campo dell'occupazione
e del mercato del lavoro. Della
nostra capacità di introdurre riforme decisive
nei campi dell'educazione, del vivere
civile, del sistema pensionistico, dell'organizzazione
federale dello Stato. Sono fiero
della severità con cui abbiamo tenuto in
ordine i conti pubblici in un tempo di stagnazione
e sotto gli effetti della guerra contro
il terrorismo all'indomani dell'11 settembre.
La copertura delle riduzioni fiscali
c'è anche in virtù di questa azione responsabile
di politica economica.
Sono convinto che l'Italia abbia speso
nel modo migliore la sua influenza nel
mondo per espandere la democrazia contro
le tentazioni neototalitarie coltivate dai fanatici
della guerra santa. So che con la firma
a Roma del nuovo Trattato costituzionale
l'Europa ha fatto un passo avanti molto
significativo sul piano politico, e sono
impegnato alla più solerte ratifica di questo
passo avanti. Abbiamo fatto tutto quel
che dovevamo per integrare e rilanciare
sul piano mondiale le due grandi tradizioni
politiche italiane, quella atlantica e
quella europeista. Ma non sono per nulla
soddisfatto dell'evidente povertà
dei tassi di crescita delle economie
europee e di quella italiana,
specie se comparate all'energia
mostrata dall'economia americana,
rilanciata dal più consistente
taglio fiscale della storia di quel paese.
Non sono per niente soddisfatto del
tasso troppo basso di innovazione, di ricerca,
di investimento e consumo
delle economie europee
e della nostra.
Senza una radicale immissione
di libertà e
di responsabilità,
senza un appello
e una scossa
alla società,
ai cittadini
e alle imprese,
il rischio
da tutti
percepito è quello
di un declino strategico.
Una costante della storia dice
che meno i popoli sono liberi, meno sono
ricchi. E che la prosperità vera è un modo
di vita dignitoso per tutti, in cui a ciascuno
sia lasciata una quota di responsabilità,
pari alla sua libertà, per crescere e
competere con gli altri. La solidarietà sociale
e le regole pubbliche, elementi indispensabili
in ogni economia di mercato,
possono e devono correggere gli squilibri,
ma non devono mai diventare una filosofia
della rinuncia, una limitazione delle libertà
individuali e imprenditoriali, una filosofia
della miseria.
Spero e credo che sia possibile usare i
diciotto mesi che ci separano dalla fine della
legislatura per andare fino in fondo. In
Europa è fortissima la spinta a rivedere gli
aspetti di vincolismo rigido del Trattato di
Maastricht, quei fattori perversi che hanno
incrementato il valore della nostra moneta
oltre il necessario e artificialmente penalizzato
la competitività delle nostre industrie
e dei nostri servizi. Il nostro modello
produttivo e di consumo deve tornare a credere
in un orizzonte economico più libero
e competitivo. Chi produce reddito individuale
e profitto d'impresa deve tornare a
credere nella possibilità di spenderlo e di
investirlo in piena autonomia e indipendenza
da uno Stato mangiatutto.
E' per questo che sono entrato in politica.
E' per questo che ho formato una coalizione
di governo. E' per questo che ho firmato
un contratto con gli italiani a nome di
questa coalizione. E' per questo che disponiamo
di una maggioranza elettorale chiara
e stabile nel paese e in Parlamento. E'
per questo che ho detto e confermo, senza
arroganza, ma anche senza cedere a quello
spirito rinunciatario che è il male oscuro
della politica italiana: o si attua il programma
fino in fondo oppure la missione è
finita e la parola torna al paese.
Silvio Berlusconi
utente anonimo
#8
14:26, 18 novembre, 2004
Mu:
q
ultura
...per via di Wu Ming?
Zu
#7
07:15, 17 novembre, 2004
zu - la mia non è cultura, è qultura.
mu
#6
00:48, 17 novembre, 2004
Mu: la tua cultura travalica i miei orizzonti.
Zu
#5
00:47, 17 novembre, 2004
Il Confuso originale nega di conoscere questa sua versione ingrigita (per cronos e cromia), ma sarà affidabile una negazione del Confuso?
Zu
#4
21:23, 16 novembre, 2004
Anch'io ho subito pensato a Barney, Zu... :) Speriamo sia altrettanto adorabile... me io già l'adoravo da giovane, il signor Confuso...
Alma..
#3
10:15, 16 novembre, 2004
io conosco erwin panofsky, fa lo stesso?
mu
#2
00:24, 16 novembre, 2004
como no, el postino se llama asì.
la badante
utente anonimo
#1
20:57, 15 novembre, 2004
Conosci Barney Panofsky?
Zu
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