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Commenti
#9
19:31, 28 giugno, 2009
Carmine... se ripassi lasciami il tuo indirizzo alla mia email
sarei felice di mandartelo.
nat
utente anonimo
#8
18:39, 28 giugno, 2009
bello molto di una poesia che resiste urla protegge
da comprare e tenere
c.
derblauereiter
#7
02:04, 28 giugno, 2009
"Si è sempre ritenuto che il dono di occuparsi di cose che non appaiono richiedesse un prezzo, cioè rendesse cieco il pensatore o il poeta nei riguardi del mondo visibile. […] Non ci sono pensieri pericolosi, ma è il pensiero in sè ad essere pericoloso, anche se il nichilismo non è un suo prodotto. Esso non è altro che l'altro lato del convenzionalismo; il suo credo consiste nella negazione dei valori correnti, cosiddetti positivi, a cui rimane legato. Anche il non pensare, che sembra essere una situazione tanto raccomandabile in campo politico e morale, comporta i suoi rischi. Corazzando la gente contro i rischi dell'analisi, li abitua ad accettare immediatamente qualunque regola di condotta vigente in un dato tempo e in una data società. La gente è abituata a non prendere mai decisioni ".
Da La disobbedienza civile e altri saggi di H. Arendt
(Statemi tutti bene! A presto!)
ColpaMetafisica
#6
19:18, 27 giugno, 2009
grazie Ab, grazie di cuore!
nataliacastaldi
#5
19:09, 27 giugno, 2009
“Certo, è vero che nessuno ascolta volentieri una cicala, ma quando non se ne sentisse più il frinire, sarebbe triste segno che la primavera è finita ….”
Certo, Antonella, il poeta è come una cicala, soprattutto il poeta “civile” e penso ai nostri migliori, Pasolini e Fortini. Come la cicala sono loquaci e seguono spesso metri efficaci, tempo perso sperimentare quando si ha l’urgenza di spiegare. Uno dei meriti di Pro/Testo e quello di affermare l’esistenza del poeta civile. Naturalmente ci sono cicale e cicale, alcune svettano anche senza bisogno di colori, mimetizzandosi con i rami ma dal canto inconfondibile. Qui però vorrei parlare di una Cicala in particolare, della nostra Castaldi, che è quella che conosco meglio della raccolta. Natàlia non si illude e non si (ci) prende in giro, sa che la poesia non cambia il mondo ma per amore e per coerenza canta i suoi ideali, ed è qui l’efficacia della sua resistenza, la condanna chiara e precisa ma con il disincanto della poesia migliore (quelli che si prendono sul serio o peggio ancora fanno finta di crederci non li sopporto):
"cantiamo ancora e culliamo d’amore
questo nostro stanco ideale."
Siamo stanchi, ma non ci rimane altro, soprattutto in questo preciso momento storico.
Se me lo permetti, Anto, visto che ti sei presa La cicala, propongo quella che forse a me piace di più delle poesie di Natàlia:
Epistola II – a mio nonno, un comunista.
Se perdessi la capacità di soffermarmi
sulla possibilità di una fantasia nella vuota veridicità
del mio risveglio, allora smetteresti d’esistere
e questo mio scriverti avrebbe fine.
Seppure nella menzogna di una realtà che non soddisfa
ritorno a perdermi nelle fantastiche avventure che leggevo
quando ancora sapevo sperare.
Abbiamo perso gli ideali nel cammino
dei sogni di giustizia sociale
ed Enrico se n’è andato,
sì, avrei dovuto dirtelo prima,
anche lui se n’è andato.
La sua fronte era rigata di sudore,
le vene gonfie di attese e parole:
nella piazza i pugni si sono aperti,
le vele rosse hanno perso il vento.
Mi sono addormentata sul divano stanotte
fissando una fabbrica di sogni d’acquistare a rate
mentre mi chiedevo dove sarai arrivato
e se nell’altro emisfero stai trovando quiete
o solo bugie d’esistenza.
Ma non temere per me,
mi vestirò di sogni domattina
partendo per un’avventura da timbrare
senza meta né certezze.
Silenziosamente attenderò una risposta
alle domande che non ti ho posto.
Tornando alle cicale, vorrei ricordare che ci sono anche le cicale marine, forti e coriacee che si mimetizzano con gli scogli. Solitarie nel fondo del mare, sono il contrario delle omonime terrestri. Io vedo tuttavia il crostaceo e l’insetto tra loro complementari: bisogna conoscere i fondi per poter poi cantare al sole. Essere poeti infatti e’ un lavoro in solitudine che porta inevitabilmente ad esporsi, spesso ad una una luce accecante.
(tutto questo per dire che mi e’ piaciuto molto il post, non vedo l’ora di leggere il libro e soprattutto: well done, Natàlia!)
Emmeleia
#4
17:37, 27 giugno, 2009
ma che bello Teq!?!
e come si fa a lasciarlo qui.... ;-)
lo useremo presto... smuàck!
nataliacastaldi
#3
17:33, 27 giugno, 2009
Complicatibus: - Niente si comprende, se non l'incomprensione. Proprio non c'è modo di comprendere, se non senza modo, proprio non c'è comprensione, se non impropria: incomprensibile, appunto. O forse è questo appunto ad essere incomprensibile: appunto questo mappunto, questa nota. Una nota a margine, ora mai ignota, un verso ora mai perso, che non si trova, che non si ritrova, che è preso dal sapere di non poter essere più saputo; una parte minima, o un minimo sono, un sono minuto, a parte, per trovarsi, per ritrovarsi, per non più perdersi, per non più perdere, per esser preso dal non saper l'impossibilità di sapere, dal non sentire l'impossibilità di sentire, dal non comprendere l’impossibilità di comprendere. Tutto, tutto è incomprensibile. Tutto, tutto è improprio; tutto, tutto è impossibile.
Simpliciter: - Non c'è proprio la possibilità di comprendere? Qualcosa, al meno. Qualcosa di più.
Complicatibus: - Di più qual cosa? Al meno qual cosa? Al meno di più, al più di meno, questa qual cosa, o quella; questo qualcosa, o quello, per qualcuno, o per nessuno: un pò di più, al meno; un pò di meno, al più. Comprendere solo e soltanto l'impossibilità di comprendere la possibilità del più, o del meno; e di comprendersi, e di comprenderci: la possibilità della somma, o della differenza; della somma differenza di sotto, della differente somma di sopra; della somma somma questa volta, e quella, e della differente differenza, di sotto, di sopra; o forse sossopra, insieme uguali, insieme diverse, la somma differente differenza somma, tutto insieme, sossopra capovolte. Tutto, tutto insieme capovolto sossopra.
Simpliciter: - Lei ha messo a soqquadro il quadro, e i quadri tutti, e il quadrato. Lei non è quadrato, Lei non fa quadrato. Lei non è inquadrato, Lei è fuori campo. Lei è indefinito, Lei è indefinibile. Lei non ha regole, Lei è fuori dal quadro. Lei è fuori.
Complicatibus: - Forse. O forse essere fuori è essere dentro.
Simpliciter: - Lei, è proprio fuori luogo quel che dice.
Complicatibus: - Essere fuori luogo, appunto, essere fuori luogo è essere dentro. O forse essere fuori luogo è essere altrove, fuori dal luogo comune, in un luogo altro. Essere altrove non è forse essere dove è l'altro? non è forse essere insieme?
Simpliciter: - Lei non si addentra. Lei è ai margini. Lei è marginale. Come si può essere fuori dal luogo comune se si è insieme, in un qualche dove, che Lei, solamente Lei, dice altrove? Lei si estrania, Lei è estraneo a tutto.
Complicatibus: - Non c'è luogo comune, che non sia anche estraneo; non c'è luogo proprio, che non sia anche improprio: in luogo di dire del luogo comune c'è solo e soltanto un luogo non comune di dire il luogo comune, un luogo estraneo, per chi è estraneo al luogo comune, un luogo altro, per dove è l'altro, appunto altrove.
Simpliciter: - Lei è altrove. Dove è questo altrove? Non esiste questo luogo. Dove è Lei?
Complicatibus: - Fuori da ogni dove, dentro ogni dove; dove dovunque, dove nonunque: dove tutte le storie sono un'unica storia, e tutte le parole un'unica parola; dove tutti i versi sono un unico verso, e tutti i passi un unico passo; dove tutte le figure sono un'unica figura, e le imagi un'unica imago. E tutte le definizioni un'unica definizione, e nessuna. Forse l'ultima, forse la prima.
Simpliciter: - L'ultima. Ora l'ultima.
Complicatibus: - L'ultima ora?
teqno
utente anonimo
#2
16:15, 27 giugno, 2009
Grazie Antonella, è la più bella recensione letta ultimamente e ... come te nessuno ha mai letto "la cicala" e di questo ti sono infinitamente grata, amica cara.
"Cos'è successo nel mondo, dopo la guerra e il dopoguerra? La normalità.
Già, la normalità. Nello stato di normalità non ci si guarda intorno: tutto, intorno si presenta come "normale", privo della eccitazione e dell'emozione degli anni di emergenza. L'uomo tende ad addormentarsi nella propria normalità, si dimentica di riflettersi, perde l'abitudine di giudicarsi, non sa più chiedersi chi è.
È allora che va creato, artificialmente, lo stato di emergenza: a crearlo ci pensano i poeti. I poeti, questi eterni indignati, questi campioni della rabbia intellettuale, della furia filosofica."
Pier Paolo Pasolini
***
La società è morta il giorno in cui ha perso coscienza del diritto e del dovere, dovere di esercitare il proprio diritto dinanzi all'oppressivo ed omologante potere.
natàlia castaldi
nataliacastaldi
#1
15:45, 27 giugno, 2009
Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei “obbedienti” trovino posto, e per primi, “coloro che erano destinati a morire” – cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla “mortalità infantile”, e sono quindi dei “sopravvissuti” – quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano con semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima – ti ho detto – è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere “a carico” e “in più”. Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che – come vedremo – ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei “obbedienti”. E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. (…)
La seconda cosa che i “destinati a morire” ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi – tuoi coetanei – hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. (…)
La terza cosa che ti viene insegnata dai “destinati a morire” è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. (…)
I “destinati a morire” non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello. (…)
PPP , Lettere luterane
Ho già avuto modo di leggere ed apprezzare Pro/Testo.
Eccellente lavoro.
M.
MeretrixBaldrak
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