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Commenti
#3
00:09, 24 giugno, 2009
Sottoscrivo totalmente quanto asserisce manuelluca88.
Ciao
erremme68
#2
12:47, 22 giugno, 2009
sicuramente Moussavi fa parte della nomenklatura iraniana, e sicuramente è appoggiato da poteri interni al sistema iraniani; ma, è questa la nuova strategia di Obama: niente scontri frontali, ma sostegno a venduti interni ai vari sistemi...come il suo modello JFK fece con la Baia dei Porci.
E' importante non confondere le cose: da una parte c'è il popolo iraniano che ha liberamente scelto Ahmadinejad come suo Presidente, dall'altra c'è qualche oppositore che spacca le vetrine e brucia qualche auto. Questa è la reale situazione, ovviamente gli USA sostengono gli oppositore della democrazia iraniana.
Personalmente, mi schiero senza il minimo dubbio sul fronte iran-paesi bolivariani-Hezbollah-Hamas...altro che pistola alla tempia...
manuelluca88
#1
10:10, 17 giugno, 2009
Io sarei molto cauto a parlare anche nel caso dell'Iran, con l'opposizione che scende in piazza nella capitale accusando l'attuale presidente di brogli elettorali, di "rivoluzione colorata" ispirata, sostenuta e addirittura pilotata dall’esterno, e questo pur essendo cosciente che il soft power – scelto dall’amministrazione obamiana [clintoniana-obamiana, sarebbe più corretto scrivere] come via da percorrere nella gestione futura dei rapporti internazionali – sicuramente non esclude ingerenze indirette negli affari interni dei paesi “critici” per il mantenimento dello status quo a livello mondiale.
Le ragioni della mia cautela sono essenzialmente due:
1) La situazione iraniana, in primo luogo in termini di strutturazione del sistema di potere, è ben diversa da quella ucraina e da quella georgiana, in cui le strutture di potere sono più "fragili" e i leader politici [nonché le forze politiche in campo] maggiormente esposti a "influenze esterne".
Personalmente propendo per l'ipotesi di una lotta interna a quel particolare sistema di potere, in occidente vista troppo semplicisticamente, nella solita, fuorviante ottica liberaldemocratica estensibile a tutto il globo terracqueo, come un confronto fra "conservatori" e "riformisti", ignorando di fatto che avviene non nella placida Svizzera o nel tranquillo Lussemburgo, ma ai vertici niente di meno che di una repubblica islamica.
Possiamo ipotizzare – ed è l’ipotesi più ovvia, ma anche la più credibile, a mio sommesso avviso – un confronto fra il vertice dell’assemblea dei religiosi della quale è Rafsanjani presidente, il quale inevitabilmente è il primo referente per Mousavi, e la carica di fatto più alta rappresentata dalla suprema guida religiosa [da cui dipendono anche le forze armate e la polizia …] che da venti anni è Kamanei, al quale fa chiaramente riferimento Ahmadinejad.
Ricordo, inoltre, che Mousavi è stato membro del governo iraniano durante la guerra con l’Iraq di Saddam Hussein e non può essere certo definito estraneo alla nomenklatura iraniana e ai suoi interessi, né si sogna di mettere apertamente in discussione l’impianto del sistema di potere della repubblica islamica.
Ciò non toglie che la “rivoluzione verde” in atto a Teheran, oltre ad avere apparentemente qualche analogia con le così dette rivoluzioni colorate filo-occidentali del passato, può godere di qualche appoggio – molto discreto e non decisivo, mi sento di scrivere – da parte degli americani e dell’occidente, anche se lo stesso Obama ha dichiarato che le cose non cambieranno di molto, vinca uno o l’altro, chiamandosi fuori e dando l’impressione di una certa “equidistanza” dai due schieramenti che in queste ore si affrontano.
2) Anche se attraverso il soft power la nuova amministrazione americana vorrebbe quanto meno mantenere nel mondo lo status quo ante crisi sistemica globale e entrata in crisi della potenza americana, questo status quo è già inevitabilmente cambiato ed un’America più debole ha minori possibilità, rispetto a quanto accadeva nel passato, di ingerire nelle vicende interne di paesi “critici” per il suo potere come lo è Iran.
Ahmadinejad dopo le elezioni e nonostante i grandi disordini nella capitale è volato a Mosca, in occasione del meeting della Organizzazione della cooperazione di Shangai – alternativa russo-asiatica al G8 oggi più forte e in espansione grazie alla crisi e alla sopraggiunta debolezza americana – ed ha ostentato pubblicamente sicurezza, come se il suo potere fosse solido e inattaccabile
In coda aggiungo che la distribuzione di patate, da parte dei sostenitori di Ahmadinejad, alla popolazione povera prima del voto, richiama alla memoria le elezioni nella così detta prima repubblica italiana, in cui, in Italia meridionale e particolarmente nel napoletano, si arrivava a regalare pacchi di pasta in cambio di voti al candidato.
Posso cercare di comprendere le passioni politiche opposte che in queste ore attraversano Teheran, incrociandosi pericolosamente, ma personalmente, dovendo essere costretto a scegliere fra i due con la pistola puntata alla tempia, chiederei che si prema il grilletto …
Cordialmente
Eugenio Orso
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