Lascia la tua opinione
Commenti
#11
18:23, 12 novembre, 2008
Ma, se proprio devo essere sincero, mai abbandonai questi lidi (non del tutto, almeno) dato che già ebbi modo di rendere palese il gaudio (o era ilarità?) che sanno infondere nella mia persona.
Poi, dopo esserci incontrati pure di persona (in incognito, ammetto) mi sarebbe apparso come atto di suprema scortesia non tracciare qualche segno a testimonianza del mio passaggio su questi lidi.
Infine, ammetto pure che l’argomento ha richiamato non di poco il mio interesse e credo che la mia attenzione per il punto 2) sia da attribuire soprattutto all’identificare il mio essere come artista.
Ovvio quindi che proprio questo punto (il 2) intendo) sia il più trascurabile alla maggioranza dei lettori in quanto spesso c’è gente che s’immagina l’opera artistica come frutto da cogliere da un albero totalmente anonimo ed astratto senza porsi problemi di sorta su chi sta alla base tra radici affondate nel nudo terriccio.
Infine, sul discorso che cercavo di fare sullo spirito artistico spinto anche dal marciume decadente sono felice che tu abbia voluto aggiungere in chiusura “in genere” in quanto hai così evitato di mettere nero su bianco un’idea che troppe volte ha conosciuto illustri esempi contrari.
Come esempio massimo credo si possa citare la Venezia del settecento che nel suo decadente (e marcescente) accasciarsi sui passati splendori ha saputo però dar vita a molti artisti interessanti. Prendo ad esempio Vivaldi.
Insomma pur accettando (volendo) la tua definizione dell’arte del decadentismo che tende ad essere essa stessa decadente e quindi minore (diciamo), non riesco a far mia l’idea che ciò sia in assoluto un male.
Insomma, come so commuovermi di fronte ad uno splendente giorno che nasce, così riesco a trovar lo spunto per emozionarmi di fronte ad un crepuscolo d’inverno.
Mario Van Peebles
utente anonimo
#10
19:00, 03 ottobre, 2008
Yo', grazie della visita e della lettura.
Due spunti ulteriori per te:
1) Non deve sorprendere poi così tanto che il 'prodotto manga' sia stato così "involontariamente" commercializzabile in occidente. Infatti, sappiamo bene che il bacino subculturale dei manga e anime giapponesi si è sincreticamente nutrito di influenze sia nipponiche autoctone che occidentali. Negli otaku della generazione GAiNAX, ad esempio, ci sta tanto Star Wars che Gojira che Uchuu Senkan Yamato che Space:1999. Se guardi il celebre 'DaiconIV Opening Anime' la cosa è vividissima. Quindi è come se un certo tipo di 'mente immaginifica giapponese', a quei tempi, abbia ridigerito tutto l'occidente e l'oriente insieme, per poi riproporne una sintesi propria. E quella sintesi, quindi, è appetibile quasi in tutto il mondo, perché l'universalità ce l'ha nei nutrimenti mediatici in cui si è formata. Anzi, per gli occidentali ha il fascino dell'esotico ma in qualche modo il conforto del sé allo stesso tempo.
2) Quanto al discorso di ciò che si 'subisce' da bambini, e che diventa mercato da adulti, che dire? Hai ragione: perché i gusti sono al 99% abitudine, e si formano nell'infanzia, che è un periodo dorato in cui non solo si è mentalmente malleabili, ma si vive una leggerezza dorata che poi indorerà per sempre il ricordo di ciò che si è provato al tempo. Ovvero: dai da mangiare X a un bambino per tutta la sua infanzia, e in età adulta non troverà mai nulla di magicamente buono quanto X.
Così si spiega il 'retrofanatismo' per tanti ex-idoli dell'infanzia (vedi Mazinger, etc, in Italia), ma anche l'evoluzione del mercato del giocattolo in Giappone: da giocattoli per bambini a modellini per adulti, dato che gli acquirenti non si rinnovano, ma sono gli stessi, e quindi sono cresciuti. Quindi chi comprava Chougokin ieri comra Soul of Chougoukin oggi. Chi comprava Saint Cloth compra Saint Cloth Myth. E via dicendo.
E' il benessere che permette a una parte del cervello umano di 'non crescere', di cullarsi nelle dolci nostalgie, infatti il fanciullino pascoliano è un otaku, e infatti gli otaku prima erano solo i ricchi filosofi o artisti che potevano permetterselo, invece poi con l'epoca post-bellica a consumismo diffuso sono diventati un gruppo sociale, ovvero l'otakuzoku. E oggi, cje è tutto anche più sfumato, l'otakuzoku rappresenta una fetta di consumatori troppo ghiotta per essere ancora demonizzata dalle major. Credo che cose come Densha Otoko o Kekkon Dekinai Otoko siano solo modi per sdoganare l'otakuzoku negli occhi delle masse giapponesi, in modo che gli otaku possano consumare tranquilli...
Shito
#9
12:41, 03 ottobre, 2008
Bel post, ma pure quelli degli altri due.
Ma mi sa tanto che il problema principale e' non tanto quanto esportare manga ma come globalizzarla. Il fatto che abbia fatto mercato e' una cosa alquanto strana. Dico, erano prodotti fatti per giapponesi (con soldi) per il Giappone. Per essere una cosa esotica di moda ha fatto pure troppo successo in occidente (ben 10 anni!!!).
Pensate alle origini degli anime in occidente. Erano cose senza valore che riempivano i programmni televisivi. Chi li vedeva assuefatti ora ne hanno fatto un bussines. Fortuna che ne eravamo in tanti! (quindi ecco dove c'era il bussiness).
Voglio dire, siamo gia' tutti vecchi (compreso io), siamo attacati a valori morti e a un bussines-model antiquato.
Salutissimi
Yo
utente anonimo
#8
18:02, 23 settembre, 2008
Caro Shinji, è un piacere rileggerti, altro che disturbo!
Personalmente, io credo che l'industria del manga in giappone stia scricchiolando "a tutte le età", secondo una congiuntura evolutiva sia del mercato, sia della società (ovvero del pubblico). Da un lato abbiamo un tessuto sociale che ha sempre più alterinative al 'comprare il manga stampato', e citavamo i manga-kissa, le rivendite di usati, e c'è anche internet. Dall'altro c'è una difficoltà del settore produttivo a svecchiarsi di logighe e meccanismi funzionali che, al giorno d'oggi, forse non sono più così tanto funzionali e affidabili. Da un lato e dall'altro, il settore sembra dunque un po' affaticato, cosa che -a quanto diceva Federico- si tasta al polso degli operatori di settore. Credo dunque sia quindi proprio un momento congiunturale generale.
Shito
#7
22:46, 21 settembre, 2008
mi dispiace inserirmi in queste disquisizione colte ma ho un dubbio che solo in questi lidi mi può esser chiarito.
Il mercato nipponico è suddiviso per fascie d'età ed a fronte di questo mi riesce difficile comprendere una recessione totale come la si percepisce dal tuo post Shito e dai link riportati.
Il mercato nipponico,ancora, è vario e variegato per gusti e per ,soprattutto, età.
Come si giustifica allora una recessione così omogenea ?
grazie per eventuali riscontri al mio commento
Shinji71
utente anonimo
#6
15:04, 21 settembre, 2008
Un ringraziamento al buon Mario per essere tornato su questi lidi anche in simili periodi di magra, e per di più con un commento così attento e focalizzato sia sull'articolo, sia sui suoi commenti.
Mi fa piacere che tu ti sia soffermato proprio sul punto 2), quello che anch'io ritengo più interessante e socioculturalmente significativo, ma che la maggioranza dei lettori tendono piuttosto a ignorare.
Infine, sul discorso dello spirito artistico che 'schizza fuori' anche dal (anzi, proprio dal) marciume decadente abulia... hai in effetti ragione. Tuttavia, l'arte del decadentismo tende a essere decadente anch'essa, sia di abbandono di rassegnazione, moto di repulsa o che, e si comporta da tristo canto del cigno sul tramoto psicosociale di una società. In genere, anche sprazzi di arte vera che si manifestino in simili momenti, non sono gravidi e neppure forieri di rinascimento. In genere.
Shito
#5
11:19, 21 settembre, 2008
Parlando d’autori, cito:”e certo non sogna anni di ristrettezze in una piccola stanza in affitto a disegnare a ritmi inumani per diventare forse, chissà, dopodopodomani, un grande mangaka”
Credo che questo focalizzi molto bene lo stato d’animo di molti giovani autori e da parte mia mi sento pure di condividerne l’essenza.
Chi ancora sogna il miraggio d’un jumpismo anni ottanta con l’autore che s’autodistrugge per un tozzo di pane dovrebbe svegliarsi dato che un simile modello non è replicabile oggigiorno. E per fortuna, aggiungo.
Mi pare che nello scritto di Colpi, questo particolare venisse ben sottolineato: un autore d’oggi che abbia anche minime velleità artistiche preferirà sempre far confluire il suo operato in campi della grafica lontani dalla serializzazione spaccaossa d’una rivista manga usa e getta. I vari Murata, Abe, OKAMA son lì a testimoniare questo e non credo che vi sia modo di mettere in discussione il talento d’individui del genere.
Insomma, cerchiamo di non credere (e di non far credere come amano fare in molti) che una crisi delle vendite sia da attribuire ad un calo d’opere degne, più che altro v’è stata una frammentazione dell’offerta che è andata a pari passo con un venire meno della base. Il fagiolo d’oro non è più disposto a sostenere il peso d’un grossolano (ed ottuso, e pure arrogante) pachiderma.
Poi, andando oltre, cito ancora:” E' quindi naturale credere che in uno status di abulia sociale come quello ingenerato dal benessere diffuso, nessun reale conflitto possa percepirsi nell'animo: tutto è stordimento e fugo dalla semplice percesione de sé, figurarsi dall'affrontare il conflitto che da quella percezione deriverebbe.”
Ma non potrebbe essere considerata anche questa “bulimia sociale” come una situazione di crisi, un umus, che può dar vita al conflitto di cui parlavi e di conseguenza innescare la produzione artistica?
Non credo che il citato conflitto sia così soggiogato dal benessere materiale, al contrario credo che proprio questa percezione (lo sottolineo) del “tutto va bene” possa dar una scintilla.
Poi, sulle pesche ancora acerbe ricordo che a Roma (quella Roma là, non quella d’oggi), la frutta, veniva servita più che matura, quasi marcescente.
Insomma, è bene riconoscere il fascino pure della decadenza se questa sa farsi materia incandescente.
Mario Van Peebles
utente anonimo
#4
10:36, 20 settembre, 2008
Shito che cita Shakespeare: il mondo sta proprio cambiando...
;) letto velocemente e non ho tempo ora per dire la mia, soprattutto su quanto proposto in modo tanto acuto da Sauron.
Mi sembra solo che i concetti da te espressi ricalchino spesso le tue previsioni e riflessioni passate. Un eterno ritorno che ti fa onore, ma che inquieta allo stesso tempo.
A presto, appena il tempo tiranno concede tregua!
yours
MAURO
minstrel
#3
12:15, 19 settembre, 2008
Sauron: interessantissima e intensa disquisizione che chiaramente trascende l'ambito qui proposto (la forma espressivo-comunicativa detta 'manga') per tuffarsi in una analisi sociologica dell'attuale momento che la società post-post-bellica sta vivendo, analizzandola a partire dallo status della sua 'produzione artistica'.
Potrei subito dire della ciclicità dell'iter di ogni civiltà: barbarie->legiferazione->culturalizzazione->positivismo->scetticismo->decadentismo->fine.
Sappiamo che ci troviamo ora sull'ultima feccina, no?
Detto questo, c'è da dire che un'analisi trasversale della 'figura' ovvero della 'mente' dell'artista, visto come 'psiche che produce arte', mi ha recentemente portato a una sola conclusione: l'arte è anche il frutto del conflitto in un'individualità autarchica tra pulsioni sensuali (es) e senso morale (superego). Credo sia da tale conflitto, dal tormento che ne deriva, che nasca, in varie e forme e su vari livelli, l'impeto per l'estroiezione artistica.
E' quindi naturale credere che in uno status di abulia sociale come quello ingenerato dal benessere diffuso, nessun reale conflitto possa percepirsi nell'animo: tutto è stordimento e fugo dalla semplice percesione de sé, figurarsi dall'affrontare il conflitto che da quella percezione deriverebbe.
Spiace dirlo, ma siamo tornati all'Amleto: to be or not to be, that is the question... una delle opzioni era affrontare il conflitto, l'altra provi fine con la morte. Spostando, traslando il tutto sul piano etico interiore, affrontare il sé significa affrontare i conflitti che lo agiteranno, lo stordinemento (in tutte le sue forme) è la morte della psiche. Arren lo sa.
Forse.
Shito
#2
09:29, 19 settembre, 2008
Bah...Onestamente non so se rimanere basito o indifferente.
Mi sembra chiaro , come detto da Gualtiero, che il contrappasso generazionale abbia segnato questo declino.Le politiche commerciali Nipponiche credo c entrino poco, cosi' e' stato per anni e ha sempre funzionato perfettamente, non credo quindi ci sia un errore di sistema editoriale(che ha sempre avuto molte pecche). Che non sia un male pero' mi chiedo.Lancio una provocazione...Evidentemente il pubblico nipponico si e' evoluto, non tanto a livello (multi) mediale ma a quello sociocultarale (la fruizione equilibrata di una data cosa??) . La domanda potrebbe essere allora ..Quale lo spazio e il senso del manga in questo prossimo futuro?
Per il mercato italiano non mi viene da spendere neanche due parole, le possibilita' per fare una "cosa fatta bene" ci sono sempre state ma ha prevalso la politichetta imprenditoriale di spremere l osso fino al possibile. Non c e' piu' amore editoriale nei manga da circa un decennio...e si e' visto.
Buta
utente anonimo
#1
18:14, 18 settembre, 2008
Formulare proposte che rinnovino la fertilita' intellettuale di un mercato editoriale/pseudoartistico e' certamente difficile.
La formulazione del diritto e l'applicazione dello stesso riconosce la sua efficacia solo in direzione ascensionale, ma questo riconosce, appunto nel diritto, il difetto/limite di poter solo deviare correnti gia esistenti formatesi alla base.
Se il diritto vuole migliorare cio che gia' c'e' senza distruggere nulla avra' un limitato raggio d'azione. Quindi normare i manga-kissa in giappone e l'editoria in italia (punti 1 e 3) aiuterebbe la ripresa della fertilita intellettuale creando un contesto favorevole, ma scontrandosi con una sterilita di base semiotica non otterrebbe comunque alcuna fioritura artistica.
Oggi il benessere crea un contesto quotidiano che inevitabilmente modifica le esigenze del singolo, quindi anche quelle dell'artista. Non di puo divellere tale ignavia col diritto, perche il Nulla Morale genera solo il Nulla Etico che degenera nuovamente in Nulla Sotorelogico e cosi via (perche e' la mancanza dell'esigenza di un riscatto a creare il vuoto).
L'animazione giapponese vive un periodo di decadenza. La Decadenza e' Volgare perche e' l'abitudine dei Molti a Molto (splendore della bellezza emanata dall'arte esercitata). La Decadenza appartiene al tempo e all'evoluzione di un fenomeno che nasce, matura e poi termina. Gli attimi di Bellezza di quel fenomeno artistico sono proprio nel sua Sincresi di maturita', nei momenti in cui molti elementi sociali/epocali erano predisposti a far vivere quell'espressivita' nel suo picco di massima efficacia.
Vista cosi la Vera Bellezza della decadenza artistica si afferma unicamente nelle caratteristiche di Brevita' (mantenere vivo un costruttto ontologico morto e' la masturbazione del vano canone estetico dello stesso), quindi Onesta' e Metamorfosi (il frutto di una corrente e di un genere si trasforma in nuova linfa per un altro).
Tacciatemi di nichilismo, ma a mio parere la massima efficacia che il diritto potrebbe avere sarebbe quella di imporsi con violenza negando radicalmente l'espressione in un genere, ingenerando difficolta e necrosi nell'esercizio di un arte, in modo da trasformarla in una mitografia formativa, irraggiungibile, in un disegno d'educazione.
Le pesche vanno strappate dall'albero ancora acerbe, ancora con un lembo verdeggiante e morse con impeto e decisione, mescendo il gusto al nitore del ratto, senza alcun rimpianto.
Sauron
(Cancella pure la versione precedente con troppi fine linea.)
sauron1317
Scrivi un commento
Nome: utente anonimo
Blog:
Il tuo commento:
Scrivi le lettere che vedi nell'immagine qui sopra.
Puoi usare i seguenti tag HTML nei commenti: <a target="_blank"><b><i><br>
*
Entra
o
Registrati
per commentare con un tuo nick :)
chiudi questa finestra