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Commenti
#5
15:40, 09 novembre, 2007
L'ULTIMO SOSPIRO NON E' UN RANDELLO
L’eulogia richiede tatto e sincerità, niente incassi personali e vendette private. L’eulogia è un genere letterario. Un genere difficile. Questo giornale scelse dalla nascita, quasi dodici anni fa, di avere una rubrica di eulogia chiamata alla Plutarco “vite parallele”. Sono i nostri appunti
del dopo, che hanno una qualche relazione anche con gli “appunti per il dopo”, i brevi tentativi di ispezione nel futuro oltre la morte che abbiamo pubblicato questa estate e che presto saranno un libro. La relazione sta nel fatto che a saper parlare della morte, avvenuta o presagita come evento futuro, si riesce a capire meglio la
vita. Il tutto è naturalmente molto complicato, il rischio di fallimento è sempre grande, e lo si deve correre ogni volta consapevolmente.
Sapendo di che cosa si tratta.
L’eulogia ha infatti delle regole. Bisogna saper parlare di una persona che è morta.
Bisogna parlarne bene, con intelligenza ecompassione. Ma senza melensaggini. Il sentimentalismo, l’elogio pomposo o iperbolico, la tiritera banale e la filastrocca convenzionale escludono tatto e sincerità.
Tatto e sincerità sono i due elementi che rendono credibile il ricordo, e accettabile questa violazione pubblicistica del silenzio
di fronte alla fine che, di per sé, sarebbe l’unico vero suono o vibrazione capace di contenere dolore e mistero. Alla compassione
è legata anche la percezione che i
morti non parlano, e che per quanto possa essere grande la fede nella resurrezione, primizia paolina di coloro che dormono e non ci sono più, la loro facoltà di replicare, precisare, correggere, rispondere, difendersi, attaccare è rinviata, e di parecchio, per lo meno dal punto di vista del discorso pubblico, del dibattito civile.
E’ una regola elementare, semplice, che si impone alla ragione e a ogni possibile ragione del cuore, una regola che si va perdendo, con effetti talvolta grotteschi e talvolta
moralmente miserabili. Capita che
un giornalista o uno storico o un uomo di stato muoiano e vengano non già ricordati, con un posticipo di simpatia equilibrata da un giudizio sano, sobrio, sfumato, bensì strattonati come fossero ancora viventi, come se potessero barcamenarsi agilmente, ciò che non possono fare, tra i diversi ego di presunti eredi o di presunti denigratori.
Una vita pubblica imbruttita dall’incapacità di saldare con una certa maestria, cioè con semplicità e sensibilità, i conti chiusi di un’altra vita che si estingue nella solitudine
privata di ogni morte: ecco un fatto
molto spiacevole, una dimensione spirituale e culturale di decadenza alla quale assistiamo sbigottiti.
Nessuna morte è un manifesto per i sopravvissuti.
L’ultimo sospiro non è una bandiera da agitare o, peggio, un randello per
vendette private.
Nessuna morte dovrebbe essere mai messa all’incasso personale né mai dovrebbe servire a illustrare i meriti,
la sapienza, l’appartenenza castale di coloro che la commentano. La morte è una delle poche cose serie e irredimibili che restano nel nostro orizzonte di senso sempre più labile, indulgente, corrivo. Trascinarla nel
conto ragionieristico delle precisazioni e rettifiche a uso di chi resta è un insulto madornale al suo significato. Avvilirla con spudorate falsificazioni retoriche buone per nuove falsificazioni ideologiche o sbatterla lì come una bella occasione per il corsivismo di giornata, è piccola viltà civile e culturale.
Sapete di che cosa parliamo. E siccome ne parliamo in una circostanza di lutto, in attesa che il tempo consenta di riflettere con un po’ di dignità, spenti i motori rombanti della finta agiografia e della calunnia postuma,
ne parliamo senza fare nomi
.
Non sarebbe giusto, non sarebbe indice di compassione e di equilibrio. Vorremmo invece avere indietro il gusto vitale, responsabile e severo della commemorazione dei defunti, vecchia abitudine umana bestialmente perduta.
( Ho visto ieri uno squallido programma di Santoro, dove c'erano tutti, ma proprio tutti da Travaglio a Lilli Gruber alla Guzzanti a banchettare e usa strumentalmente il cadavere di Biagi.
Lascio a te scoprire da dove ho pescato l'articolo.
ciao! Marco )
enochirios
#4
19:49, 08 novembre, 2007
Critico, sei sempre puntigliosissimo. Di Biagi io leggevo volentieri gli articoli che scriveva per l' Espresso. Ma sopratutto, resteranno nella mia memoria le serate invernali davanti alla tv, a vederlo condurre - Il fatto -.
Altro che i pacchi di adesso !
La frase l' ho trascritta perchè la trovo bellissima, indipendentemente dall' autore: l' ho annotata perchè non volevo dimenticarmela. = )
- Glò a casa di amici -.
sempreinbilico
#3
17:51, 08 novembre, 2007
Purtroppo NON sono sempre i migliori che se ne vanno... ma TUTTI, prima o poi, il che è peggio...
Cmq, ogni volta che muore una persona "nota" (non importa molto l'ambito) si fanno sempre necrologi mediatici svergognatamente buonisti (salvo, OVVIAMENTE, andar a ficcanasare nella vita privata dell'Estinto, indifeso di fronte all'indiscrezione tipica dei vivi)...
Non mi sto riferendo a Biagi, anzi non ho seguito il "rito mediatico" a seguito della sua dipartita appunto perchè mi avevano già irritato e stufato quelli di Antonioni e Pavarotti...
Direi che, per quanto mi riguarda, il modo migliore che ho per onorare il morto, è iniziare a leggere qualcosa di suo, di quel che ha lasciato ai vivi in quanto uomo pubblico. Non lo conosco quasi per niente, da che cosa mi si consiglia di iniziare?
Un grande bacio a te, amica!!!
criticomistico
#2
18:11, 07 novembre, 2007
Perfino davanti alla morte è riuscito a trovare le parole giuste...
etabeta400
#1
18:06, 07 novembre, 2007
Di certo il migliore. Ciao Enzo!
etabeta400
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