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Commenti
#6  
20:19, 10 settembre, 2007

Del resto, la differenza tra la nobile ritualità e l'immonda routinerietà e il significato (fine) che la nobile mente sa porre, ovvero imporre, nel primo, laddove la vuota insensatezza del secondo non è che l'esuvia dell'intelletto sterile, destinato a morire d'abulia, d'inedia, o peggio ancora degli stolti eccessi cui facilmente si abbandona nel tentativo vacuo e fallimentare di scacciare quelle.

(sempre Shito aka Juste, ora sloggato)
utente anonimo
#5  
01:05, 10 settembre, 2007

Il gesto in sé è uno strumento che, di fatto, mette in comunicazione il piano ideale non con quello reale, bensì, con quello percettivo. Tramite il gesto a noi fruisce la percezione ed in ciò commisuriamo il nostro progetto con la sfera del sensibile.

Proporre il gesto come mezzo per ‘nobilitarlo’ (vedi Aster) è dare una visione dello stesso certamente limitata, ma soprattutto non naturale. In quel modo la questione sarebbe posta solo su piano ideale. Così la volontà venduta come Idea verrebbe considerata come “pura” e tutto ciò che sarebbe rivolto alla realizzazione della stessa dovrebbe essere letto come mezzo. Anche se ovviamente prendo le distanze dallo sterile piano delle idee, vorrei chiedere quale costrutto di “purezza” è stato scomodato: quello di un’ improbabile piano matematico o matetico?

Il consiglio, personale, che invece mi sento di dare in risposta a questo esordio di umiltà è di incominciare a creare una decisa sequenzializzazione percettiva. Anzitutto dovresti immergerti nell’utero ammettendo un’esplicita corrispondenza con la natura materna dello stesso. E schifati, certo, gustane i nauseabondi fetori, e fregiati pure di ogni abnegazione d’ignavia. Poi in questo gesto trova il ruolo ed inscena una recita efficace e costruttiva. Ebbene fingi consapevolmente, plasma quell’essere a tua forma: così nell’animo come nel corpo grazie alle lodi degli anni del tempo. Il tempo, trascorrendo, corroderà poco a poco le maschere degli attori disgelando infine le reciproche identità su altre maschere più complesse fino ad arrivare ai volti.

Ecco che nel farlo scoprirai che mettere il fine in un gesto lo avrà sfruttato nel miglior modo possibile: il gesto avrà fatto rimbalzare la tua intenzione altrove, verso una dimensione esistenziale lontana dalla quale vedrai la stessa azione differentemente. La ripeterai ancora sotto altra forma, a completamento della nuova esistenza; e quell’azione apparterrà al tuo quotidiano. Allora avrai scoperto il rito, la sua bellezza, la sua storia, la sua immortalità.

Buona Fortuna.

Sauron

utente anonimo
#4  
21:31, 09 settembre, 2007

La cosa impura è quando si aggira il motivo per cui esiste il sesso ai fini del godimento; il sesso esiste per procreare, e se lo si fa per altri scopi si, diventa "impuro". Poi sorgono i problemi del tipo: "ma io Voglio mettere al mondo dell'altro dolore?" ecc, oppure non ci si da peso. Vorrei soltanto dire che -non ho intenzione di giudicare nessuno, forse anche io prima o poi farò altrettanto- la gente dovrebbe essere un minimo piu consapevole dell'importanza della cosa; poi si comporti come preferisce, ma almeno ci si soffermi un attimo.
Il mondo è pieno di persone che ci giocano senza avere mai pensato che è piu importante di quanto credono, è come scegliere di non accettare la Natura, Dio, la Voluntas o come lo si voglia chiamare...
Tutto ciò per chiedere di pensarci ogni tanto.
utente anonimo
#3  
20:27, 07 settembre, 2007

Mmmh... questo è un post molto, molto più interessante e non-banale di quel che potrebbe apparerire all'occhio superficiale.

Punto primo: la normalità non afferisce a un'ideale canone assoluto, derivato da ragionamento umano. La normalità è un concetto *meramente* statistico. La maggioranza si autodetermina de factu come normalità e per esclusione si definisce come anormale la rimanenze partizione minoritaria dell'insieme. Non fare confusione con concetti diversi quali 'naturalità', 'correttezza giusnaturalistica' o altri. Che so, si vorrebbe dire che l'omosessualità è 'anormale', ma questo NON perché sia un comportamento antigiusnaturalistico (attenzione: l'omosessualità umana, non l'uomo omosessuale, è diverso), ma solo perché -ad oggi- è un comportamento minoritariamente rappresentato nella razza. Domani questo potrebbe, idealmente, cambiare, e gli 'anormali' sarebbero gli eterosessuali (laddove la 'giusnaturalità' dei comportamenti non cambierebbe, salvo mutazioni della razza sessuata nota come 'umana').

Ciò detto, veniamo alla parte più interessante e meno filologico-meccanica del tuo post.

L'erotofobia infantile.

Siccome il penultimo e il terzultimo dei tuoi post si intitolavano come episodi di Evangelion, ti invito a specchiare questo comportamento nella schietta erotofobia di Asuka (che si schifa difronte all'amplesso di Kaji e Misato, e non solo, rinnega le sue mestruazioni). Questo è tipico, e in forma inconscia di solito ha una radice in una qualsiasi forma di avversione per l'adultità.

Dal trauma classico (il bimbo che sorprende l'amplesso parentale) alla più raffinata idiosincrasia elaborata a livello semi-conscio, come forse nel tuo caso. Mi pare esternare un rifiuto del 'mondo degli adulti' perché 'sporco' moralmente e fisicamente, grottescamente animale nel suo essere compromissorio sia sul piano etico che su quello fisico: è una forma di misofobia, se ci pensi: "paura di sporcarsi". Sovviene la celebre risposta di Ritsuko e Mayachan che 'non poteva condividere le ragioni del Dummy System". Ritrsuko sentenzia: "Per chi è affetto da misofobia è sempre difficile vivere a contatto con le altre persone. Quando ci si inizia a sentire sporchi lo si capisce, infine". Chiaremente la questione è -di nuovo- sia mentale/intellettuale (eticomorale) che fisica. Sempre lordura è, e anche la semantica qui ci fa gioco di metafora. Se ci pensi, è in qualche modo il freno alla crescita, al voler resistere allo scorrere della corrente del fiume, puro alla fonte, verso il sozzo letto del corso alla foce.

Non se ne viene fuori.

Una forte matrice apollinea del proprio (super)ego impedisce di abbandonarsi al dionisiaco impulso alla vita, e Dioniso è sozzo come un porco nel suo porcile, non c'è niente da fare. Il problema è che Dioniso è la vita, mentre -ahinoi- per una creatura comunque mortale e indi finita, Apollo è solo la morte stessa, ovvero l'anticipazione della morte stessa, poiché credo fermamente che l'elaborazione del pensiero puro di un essere che non può introiettare il senso del sé non possa che condurre alla cessazione del sé, ovvero il suicidio.

Le religioni e altre forme di inganni sono state appunto inventate per porre una 'Rete di Maya' (dico alla Maya di Schopenhauer, non di Anno, o forse è una citazione voluta?) per salvare le vite dei più intellettualmente dotati, ma non per questo emotivamente più forti (Nietzsche, capito? Era questo il punto!).

Come venirne fuori, dici? Non so. Per l'etica: eudemonia. Per il sesso, che serve sempre, perché senza impeto irrazionalmente amoroso, senza almeno quella goccia, quel rantolo di dionisiacità, Apollo ci uccide... beh, ognuno trovi la sua strada. La mia, ad esempio, è stata tenere Dioniso nella gabbia d'Apollo. Ruggisce da lì. Apollo è Logos e Arte, e indi per me il sesso e la sensualità sono rituali estetici e artistici in cui si officia il gran rituale della vita imperfetta dell'essere che sogna di essere dio (grazie, Sartre).

Come sai, insomma, sono il dio di me stesso. Altre vie non ne vedo.
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#2  
09:46, 01 settembre, 2007

Questo post è figlio (abbastanza) della paura e dell'inesperienza. È l'espressione di sensazioni mie attuali, immagino che cambieranno, comunque.
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#1  
19:23, 31 agosto, 2007

In questo commento ti verrò incontro...

Non ci sono azioni pure. Ci sono pensieri puri. L'azione è un mezzo, per arrivare ad un determinato fine. Nel momento in cui l'azione diventa un fine, allora è impura... ma mai prima di allora.

il sesso (perchè di questo stai parlando) può essere fatto per molte ragioni, per cui pensa alla purezza del fine, non al mezzo reale...

Aster
utente anonimo

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