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Commenti
#3  
18:38, 30 agosto, 2007

Disfattista! ;-)
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#2  
11:28, 21 agosto, 2007

Era una provocazione; l'essenza è il fondamento, ma quasi sempre assisto ad una fruizione superficiale delle cose... o addirittura la percezione viene successivamente elaborata, razionalizzata, concettualizzata, ma in modo errato, e dunque si arriva ad un essenza, sì, ma che non è quella originale! e ti ritrovi in un mondo di simulacri, non vedi più persone, ma immagini frutto della tua elaborazione mentale... e allora, forse, tanto vale fermarsi all'inizio, alla percezione, all'istinto, al.
avatar Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Moridin
#1  
18:03, 20 agosto, 2007

La percezione delle cose, l'essenza di ciò che è, l'elaborazione delle apparenze. Esercizio soggettivo che quasi mai conduce alla verità, ma a volte avvicina ad essa sull'onda della sensibilità di chi percepisce. Conoscere attraverso la riflessione, spingersi oltre col pensiero a sbirciare dietro lo specchio ci affascina e ci rende vivi. Cosa saremmo se ci fermassimo alla fallacità della pura apparenza snobbando la profondità nascosta, quella che conduce alla meraviglia, che ci fa sentire ogni volta più vicini all'idea, alla spinta che ha condotto una mano ad una carezza, alla creazione artistica, all'impulso del genio, al principio della follia, all'implosione/esplosione dell'io soggetto alla sollecitazione esterna? Forse non capiremo mai fino in fondo Escher e le sue immagini, sicuramente resteremo estasiati e stupiti di fronte all'alternanza degli opposti che traccia immagini surreali. Ma quante volte hai indagato forme e superfici
in cerca del dettaglio, dell'unicità, in cerca del segreto della composizione? Quante volte hai scrutato occhi e sorrisi tentando di svelarne l'intimità? La percezione è più importante dell'essenza? Credo semplicemente sia funzionale al parziale disvelamento di essa, né più né meno imoportante. Rubi un istante sapendo che non si ripeterà. Ritocchi una foto pensando a ciò che hai percepito attraverso lenti scure e obiettivo. E nel farlo elabori il ricordo, ritorni al colore, ti ci tuffi dentro e riguardando ciò che hai prodotto vorresti allungare una mano, toccare, sentire, vivere, esserci ancora o per la prima volta. Entrare. Semplicemente. O lasciar entrare. Come schiudi le porte a chi poi saprà la musica che desideri. L'essenza. Ciò che sei e che doni. Potrebbe mai essere superflua?
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