copj1.
ecco qui un bel brano tratto da Ayla la figlia della terra, best seller pubblicato in 25 paesi.
spero vi piaccia..
Il gruppo attraversò il fiume proprio al di là della cascata, dove si allargava e spumeggiava intorno ai sassi che spuntavano dall'acqua poco profonda. Erano venti, fra giovani e vecchi. Il Clan comprendeva ventisei membri prima del terremoto che aveva distrutto
Costeggiando l'ampio torrente che si snodava in una serie di meandri attraverso le steppe piatte, notarono l'uccello che volteggiava. Se quegli animali divoratori di carogne erano in volo, di solito quel che aveva attirato la loro attenzione era ancora in vita. Gli uomini in avanscoperta si affrettarono. Un animale ferito era una facile preda per i cacciatori, purché nessun predatore a quattro zampe avesse idee analoghe.
Una donna, a metà circa della sua prima gravidanza, camminava davanti alle altre. Vide i due uomini guardarsi intorno e correre. Deve essere un carnivoro, pensò. Raramente il Clan mangiava animali carnivori.
Era alta circa un metro e quaranta, tarchiata, robusta di ossatura, con le gambe arcuate, forti, muscolose, ma camminava eretta sui piedi piatti, nudi. Le braccia, lunghe in proporzione al corpo, erano curve come le gambe. Aveva un gran naso a forma di becco, mascelle sporgenti come il muso di un animale, e niente mento. La fronte bassa declinava in una testa lunga, larga, appoggiata su un collo corto, tozzo. Sulla nuca aveva una protuberanza occipitale molto sviluppata, che ne sottolineava la lunghezza.
Una morbida peluria marrone, tendente ad arricciarsi, le copriva gambe e spalle, correndole lungo la parte superiore della spina dorsale, e si infoltiva in una chioma di capelli lunghi, piuttosto cespugliosi. L'abbronzatura estiva stava già cancellando il pallore invernale. Grossa, rotonda, intelligente, aveva gli occhi scuri affondati sotto arcate sopraorbitarie sporgenti, animati di curiosità mentre affrettava il passo per vedere cosa avevano trovato gli uomini.
La donna era vecchia per una prima gravidanza, quasi vent'anni, e il Clan l'aveva ritenuta sterile finché la vita che fremeva in lei aveva cominciato a mostrarsi. Ma, anche se era da, il carico assegnatole non era stato alleggerito. Portava una grossa cesta sulle spalle, con una quantità di fagotti attaccati. Diversi sacchetti penzolavano da una cinta stretta intorno alla pelle morbida d'animale che lei indossava in modo da produrre pieghe e rigonfiamenti in cui introdurre cose. Un sacchetto era particolare, fatto di pelle di lontra, e si vedeva subito, perché era stato conciato lasciando intatti la pelliccia impermeabile dell'animale, i piedi, la coda e la testa.
Invece di lacerare il ventre della bestia, le avevano tagliato soltanto la gola in modo da estrarne gli intestini, la carne e le ossa, ricavandone una borsa a forma di marsupio. La testa, attaccata al dorso da una striscia di pelle, era il lembo di chiusura, e una corda di tendine tinta di rosso era stata infilata attraverso buchi praticati lungo l'apertura del collo, poi tirata e legata alla cintura intorno alla vita.
Quando la donna scorse la creatura che gli uomini avevano ignorato passando oltre, rimase disorientata alla vista di quello che le sembrò un animale senza pelliccia. Ma quando si avvicinò, rimase senza fiato per l'emozione e indietreggiò di un passo, afferrando inconsciamente con entrambe le mani l'amuleto che portava intorno al collo, come per cacciare spiriti sconosciuti. Tastò i piccoli oggetti dentro il sacchetto di cuoio, invocando protezione, e si chinò per guardare meglio, esitante ad avvicinarsi, senza quasi credere ai propri occhi.
Ma i suoi occhi non l'avevano ingannata. Non era stato un animale ad attirare l'uccello vorace. Era una bambina sparuta, dall'aspetto così strano!
Si guardò intorno, domandandosi quali altri spaventosi enigmi potessero presentarsi, e fece per allontanarsi dalla creatura inerte, quando udì un gemito. Si fermò e, dimenticando le proprie paure, si inginocchiò accanto alla piccola e la scosse dolcemente. Quando la bambina si voltò, mostrando i segni delle ferite infette e la gamba gonfia, la donna della medicina si affrettò a slegare la corda che teneva chiusa la borsa di pelle di lontra.
L'uomo che apriva la marcia si girò a guardare e vide la donna inginocchiata accanto alla forestiera. Tornò verso di lei.
«Iza! Muoviti!» ordinò. «Ci sono tracce ed escrementi di leone delle caverne più avanti.»
«È una bambina, Brun. Ferita, ma non morta», rispose lei.
Brun guardò la creatura esile, con quella sua fronte alta, il naso piccolo, la faccia stranamente piatta. «Non è del Clan», gesticolò bruscamente, girandosi per andarsene.
«Brun, è una bambina. È ferita. Morirà se la lasciamo qui.» Gli occhi di Iza erano supplichevoli mentre faceva i segni con le mani.
Il capo del piccolo Clan chinò lo sguardo intenso sulla donna implorante. Era molto più grosso di lei, oltre un metro e cinquanta, con una poderosa muscolatura, un torace alquanto sviluppato e tozze gambe arcuate. I suoi tratti facciali erano simili a quelli della donna, ma molto più pronunciati: arcate sopraorbitarie più sporgenti, naso più grosso. Le gambe, lo stomaco, il ventre e la parte alta del dorso erano ricoperti di ruvidi peli marrone, con un effetto non molto dissimile da una pelle d'animale. Una barba cespugliosa nascondeva le mascelle sporgenti, senza mento. La pelle che indossava era simile a quella della donna, ma meno ampia, più corta, e legata diversamente, con meno pieghe e rigonfiamenti per portare cose.
Non aveva alcun carico, soltanto una pelliccia sospesa sul dorso e un'ampia striscia di cuoio avvolta intorno alla fronte sfuggente, e le armi. Sulla coscia destra mostrava una cicatrice annerita come un tatuaggio, più o meno a forma di «U» con le punte che si allargavano: il segno del suo totem, il bisonte. Non aveva bisogno di alcun segno od ornamento per sottolineare la sua posizione di capo. Il suo portamento e la deferenza degli altri la rendevano inconfondibile.
Posò per terra la mazza, la lunga zampa anteriore di un cavallo, che prima portava sulla spalla, appoggiandone l'impugnatura alla coscia, e Iza capì che stava prendendo seriamente in considerazione la sua supplica. La donna aspettò in silenzio, nascondendo la propria agitazione, per dargli il tempo di pensare. Poi lui appoggiò per terra la lunga lancia di legno mettendosi l'asta contro la spalla, la punta indurita dal fuoco rivolta verso l'alto, e si sistemò la bola che portava intorno al collo insieme con l'amuleto in modo che le tre pietre rotonde fossero meglio bilanciate intorno al collo. Poi tirò fuori dalla cinghia intorno alla vita una striscia morbida di pelle di cervo, assottigliata alle estremità, con un rigonfiamento nel mezzo per contenere i sassi da lanciare, e si fece passare il cuoio morbido fra le mani, riflettendo.
A Brun non piaceva decidere rapidamente su qualsiasi evento inconsueto potesse influire sul suo Clan, soprattutto adesso che erano senza dimora, e resistette all'impulso di opporre un immediato rifiuto. «Dovevo immaginarlo che Iza desiderasse aiutarla», pensò. «Certe volte ha usato la sua arte medica persino con gli animali, soprattutto quelli giovani. Sarà sconvolta se non le permetto di aiutare questa bambina. Che appartenga al Clan o agli Altri, non fa nessuna differenza, lei vede soltanto questa creatura ferita. Be', forse è proprio per questo che è una brava donna della medicina.
«Ma, donna della medicina o no, è solo una donna. Che differenza fa se è sconvolta? Iza sa bene che non sarebbe il caso di darlo a vedere, e abbiamo già abbastanza guai senza una forestiera ferita. Ma il suo totem lo saprà, tutti gli spiriti lo sapranno. Se troviamo una caverna... no, quando troveremo una nuova caverna, Iza dovrà preparare il infuso per
«Lasciamo pure che si tenga la bambina», pensò. «Si stancherà presto di portare quel peso in più, e la piccola è talmente malandata che nemmeno la magia di mia sorella sarà abbastanza forte da salvarla.» Brun si infilò di nuovo la fionda nella cinghia alla vita, raccolse le armi e si strinse nelle spalle, con fare indifferente. Toccava a lei decidere: Iza poteva raccogliere la bambina oppure no, come preferiva. Si girò, allontanandosi a grandi passi.
Iza frugò nella propria cesta e tirò fuori un mantello di cuoio. Dopo averlo avvolto intorno alla bambina svenuta, la sollevò e se l'assicurò al fianco, con l'aiuto della pelle morbida, sorpresa che pesasse così poco data la sua altezza. La piccola gemette mentre lei la sollevava e Iza le diede un colpetto rassicurante, poi si mise in marcia dietro i due uomini.
Le altre donne si erano fermate, tenendosi a una certa distanza da Iza e Brun. Quando videro la donna della medicina raccogliere qualcosa e portarlo con sé, le loro mani volarono in rapidi movimenti punteggiati da suoni gutturali, discutendo l'evento con eccitata curiosità. Tranne che per la borsa di pelle di lontra, erano vestite come Iza, e altrettanto cariche. Insieme trasportavano tutti i beni terreni del Clan, quelli che erano stati salvati dalle rovine dopo il terremoto.
Due delle sette donne portavano neonati in una piega della veste vicina alla pelle, comoda per nutrirli. Mentre aspettavano, una sentì una goccia calda, tirò fuori rapidamente l'infante nudo, e lo tenne di fronte a sé finché ebbe finito di bagnare. Quando non erano in viaggio, i piccoli erano spesso fasciati in morbide pelli. Per assorbire l'umidità, venivano avvolti in diversi materiali: fiocchi di lane raccolti da cespugli spinosi quando i mufloni cambiavano il pelo, peluria del petto di uccelli o lanugine di piante fibrose. Ma, mentre viaggiavano, era più facile e semplice portarli nudi e, senza perdere un passo, lasciare che sporcassero per terra.
Una ragazza, non ancora adulta, ma ugualmente carica, camminava dietro la donna che seguiva Iza, dando di tanto in tanto un'occhiata al ragazzo, ormai quasi uomo, che chiudeva
I cacciatori non erano gli unici a provvedere il cibo per il Clan. Le donne spesso davano il contributo più grosso, e anche più sicuro. Nonostante il peso che portavano, raccoglievano frutti mentre camminavano e con tale efficienza da non rallentare quasi l'andatura. Un gruppo di piante simili a gigli fu rapidamente spogliato di germogli e fiori, e tenere radici nuove vennero messe a nudo con qualche colpetto ben assestato dei bastoncini per scavare. Radici di tifa, estratte da acque morte, erano ancor più facili da raccogliere.
Se non fossero state in marcia, le donne si sarebbero preoccupate di ricordarsi l'ubicazione delle piante dall'alto stelo, per ritornare più avanti nella stagione a raccogliere i fiori teneri in alto come verdure. Più avanti ancora, dal polline giallo mescolato all'amido ottenuto dalle fibre di vecchie radici pestate, si sarebbero ricavate morbide focaccine. Quando i fiori morivano, restava la lanugine, e molti cesti venivano fatti con le ruvide foglie e gli steli. Ora raccoglievano solo quello che trovavano, ma poco veniva tralasciato.
Nuovi germogli e tenere giovani foglie di erba medica, denti di leone, trifoglio; cardi selvatici liberati delle spine prima di essere recisi; qualche frutto e bacca appena spuntati. I bastoncini acuminati erano costantemente in attività: nulla si salvava dalle mani abili delle donne. Li usavano come leve per rovesciare tronchi d'albero alla ricerca di tritoni e gustosi bruchi grassi; per pescare dai fiumi i molluschi d'acqua dolce e poi avvicinarli alla riva in modo da coglierli più facilmente; e per scavare bulbi diversi, tuberi e radici.
Tutto quanto scompariva poi nelle pieghe delle vesti delle donne o in un angolo vuoto dei loro panieri. Le grandi foglie verdi erano usate come involucri; alcune, come la lappola, cotte come verdure. Persino la legna secca, i ramoscelli e l'erba, e lo sterco degli animali al pascolo, venivano raccolti. Anche se la selezione sarebbe stata più varia a estate inoltrata, le risorse erano abbondanti... se si sapeva dove cercarle.
Iza alzò gli occhi quando un vecchio, ben oltre la trentina, le si avvicinò zoppicando, dopo che ebbero ripreso il cammino. Non portava alcun carico, alcuna arma, ma solo un lungo bastone cui appoggiarsi nella marcia. La sua gamba destra era storpia e più sottile della sinistra, e tuttavia riusciva a muoversi con sorprendente agilità.
La spalla e l'avambraccio del lato destro erano atrofizzati e il braccio rinsecchito era stato amputato sotto il gomito. La spalla e il braccio poderosi e la gamba muscolosa del lato sinistro, perfettamente sviluppato lo facevano apparire asimmetrico. Il suo cranio enorme era persino più grosso di quello degli altri membri del Clan, ed era stata la sua nascita difficile a provocare il difetto che l'aveva storpiato per la vita.
Era il fratello primogenito di Iza e Brun e, se non fosse stato per la sua menomazione, sarebbe diventato lui il capo. Portava un indumento di cuoio tagliato alla foggia maschile e sul dorso, come gli altri uomini, una pelliccia calda di animale, che usava anche per dormire. Ma numerosi sacchetti gli pendevano dalla cinghia e un mantello simile a quello che usavano le donne tratteneva sul suo dorso un grosso oggetto.
La parte sinistra della sua faccia era segnata da una cicatrice orrenda e l'occhio sinistro mancava, ma l'occhio destro, quello sano, scintillava di intelligenza, e di qualcosa di più. Benché zoppicasse e si trascinasse, si muoveva con una grazia derivata da grande saggezza e dalla sicurezza del suo ruolo all'interno del Clan. Era Mog-ur, lo sciamano più potente, l'uomo sacro più temuto e rispettato di tutti i Clan. Era convinto che quel suo corpo devastato gli fosse stato dato perché potesse prendere il suo posto come intermediario col mondo degli spiriti piuttosto che come capo del suo Clan. Sotto diversi aspetti era più potente di qualsiasi capo, e lo sapeva. Soltanto i parenti più stretti ricordavano il nome che gli era stato dato alla nascita, e lo usavano.
«Creb», fece Iza, salutandolo e accogliendolo con un gesto che denotava il suo piacere di averlo al fianco.
«Iza?» fece lui in tono interrogativo, indicando la bambina che portava. La donna aprì il mantello e Creb guardò attentamente la piccola faccia avvampata. Il suo occhio scrutò la gamba gonfia e la ferita infetta, poi ritornò sulla donna della medicina e lesse il messaggio del suo sguardo. La bambina gemette, e l'espressione di Creb si addolcì. Annuì, approvando.
«Bene», disse. La parola era rauca, gutturale. Poi fece un segno che significava: «Già ne sono morti abbastanza.»
Rimase accanto a Iza. Non doveva rispettare le regole tacite che definivano la posizione e lo status di ciascuno, lui poteva accompagnarsi a chi voleva, compreso il capo, se lo desiderava. Mog-ur era al di sopra e al di fuori della rigida gerarchia del Clan.
Brun li guidò ben oltre le tracce lasciate dai leoni delle caverne prima di fermarsi a studiare il paesaggio. Al di là del fiume, a perdita d'occhio, la prateria si allargava in basse colline ondulate fino a una piatta distesa verde in lontananza. Nulla impediva
Vicino all'orizzonte, una nuvola di polvere tradiva la presenza di un gran branco di animali dagli zoccoli pesanti, e Brun rimpianse di non poterli segnalare ai suoi uomini, per dar loro
Dal lato del fiume dove si trovava, la prateria terminava bruscamente, interrotta dal dirupo, ora a una certa distanza, che si piegava ad angolo, allontanandosi sempre più dal fiume. La facciata rocciosa della parete ripida si fondeva nelle colline ai piedi di montagne maestose, coronate di ghiacciai, che incombevano vicine; le vette ghiacciate vibravano di rosa, rosso cremisi, viola vividi, riflettendo il tramonto del sole, giganteschi gioielli scintillanti che incoronavano le vette sovrane. Anche quell'uomo dall'indole pratica fu commosso dallo scenario.
Si allontanò dal fiume e guidò il suo Clan verso il dirupo, che offriva la possibilità di caverne. Avevano bisogno di un riparo; ma, soprattutto, i loro spiriti protettivi avevano bisogno di una dimora, a meno che non avessero già abbandonato il Clan. Erano in collera, il terremoto l'aveva dimostrato, tanto in collera da provocare la morte di sei membri Clan e da distruggere la loro dimora. Se non si trovava una sede permanente per gli spiriti del totem, questi avrebbero lasciato il Clan alla mercé di quelli maligni; che avrebbero provocato malattie e cacciato via
Aveva la responsabilità del Clan ed era provato dalla tensione. Gli spiriti, forze invisibili dai desideri imprevedibili, lo disorientavano. Si sentiva più a suo agio nel mondo fisico, a cacciare e guidare il suo Clan. Nessuna delle caverne esaminate fino ad allora era adatta - mancavano tutte di qualche elemento essenziale - e la disperazione cominciava ad assalirlo. Quei preziosi giorni di caldo in cui avrebbero dovuto fare scorte di cibo per l'inverno venivano sprecati così nella ricerca di una nuova dimora. Presto si sarebbe trovato costretto a riparare il suo Clan in una caverna non del tutto adeguata per riprendere la ricerca l'anno successivo.
Camminarono lungo la base del dirupo mentre le ombre si incupivano. Quando raggiunsero una stretta cascata che rimbalzava giù per la parete rocciosa, gli spruzzi un arcobaleno scintillante nei lunghi raggi del sole, Brun ordinò agli altri di fermarsi. Stancamente, le donne lasciarono cedere per terra il loro carico e si dispersero intorno alla pozza in basso e al suo stretto sbocco per cercare legna.
Iza allargò il mantello di pelliccia per terra e vi pose sopra la bambina, poi si affrettò ad aiutare le altre donne. Era preoccupata per
Quando vide i lunghi steli dell'iris pronti a fiorire sulle rive acquitrinose del piccolo fiume, capì che un problema era risolto, e ne scavò le radici. Le foglie di luppolo trilobate che si attorcigliavano intorno a uno degli alberi le diedero un'altra idea, ma decise di usare il luppolo essiccato, ridotto in polvere, che aveva con sé, poiché il frutto sarebbe maturato solo molto tempo dopo. Staccò uno strato di liscia corteccia grigiastra da un arbusto di ontano che cresceva vicino alla pozza e l'odorò. Era fortemente aromatica e annuì fra sé mentre la riponeva in una piega della veste. Prima di affrettarsi a tornare indietro, strappò molte manciate di giovani trifogli.
Raccolta e disposta la legna, Grod, l'uomo che camminava davanti, al fianco di Brun, scoprì una brace ardente avvolta nel muschio e infilata nell'estremità cava di un corno di uro. Potevano accendere il fuoco ma, viaggiando attraverso un territorio sconosciuto, prendere un tizzone e tenerlo in vita per il prossimo falò ere più semplice che tentare ogni sera di accendere un nuovo fuoco con materiali magari inadeguati.
Grod aveva salvaguardato con ansia la brace mentre viaggiavano. Il carbone ardente rimasto dal fuoco della sera prima ere stato acceso con un altro proveniente dal fuoco di due sere prima e poteva essere fatto risalire al fuoco che avevano acceso sul focolare all'ingresso della vecchia caverna. Per i riti necessari a rendere una nuova caverna accettabile come dimora, dovevano accendere il fuoco con un tizzone che risalisse in qualche modo alla loro dimora precedente.
Il compito di tenere in vita un fuoco poteva essere affidato soltanto a un maschio di rango elevato. Se la brace si fosse spenta, sarebbe stato sicuramente segno che i loro spiriti protettivi li avevano abbandonati, e Grod sarebbe stato degradato da secondo in comando alla posizione maschile di rango più basso: un'umiliazione che non voleva certo subire. Il suo era un grande onore, ma comportava una grande responsabilità.
Mentre Grod collocava con cautela il frammento ardente su uno strato di stoppa secca e soffiava fino e far alzare la fiamma, le donne si volsero ad altri compiti. Con tecniche trasmesse di generazione in generazione, rapidamente scuoiavano
Con gli stessi coltelli di pietra acuminati che usavano per scuoiare e tagliare la carne, le donne raschiarono e tagliarono a fette radici e tuberi. Ceste fittamente intrecciate, impermeabili, e ciotole di legno furono riempite d'acqua, e poi vi furono immesse pietre calde. Una volta raffreddate, le pietre venivano rimesse nel fuoco e nuove pietre immerse nell'acqua finché questa bolliva, e vi si cuocevano le verdure. Grassi bruchi furono abbrustoliti e resi croccanti, e piccole lucertole arrostite intere finché le pelli dure si annerirono e spaccarono, mettendo a nudo bastoncini saporiti di carne ben cotta.
Mentre dava una mano a cucinare il pasto, Iza fece anche i propri preparativi. In una ciotola di legno, ricavata molti anni prima da una sezione di tronco, cominciò a far bollire l'acqua. Lavò le radici di iris, le masticò fino a ridurle in poltiglia e le sputò nell'acqua bollente. In un'altra ciotola - ricavata dal cranio di un grande cervo - pestò il trifoglio, misurò nella mano una certa quantità di luppolo in polvere, strappò a pezzi la corteccia di ontano, e vi versò sopra l'acqua bollente. Poi macinò fra due pietre la carne essiccata delle loro provviste di emergenza fino a ridurla una farina consistente, e in una terza ciotola mescolò quel concentrato di proteine con l'acqua delle verdure corte.
La donna che prima camminava dietro di lei le scoccò un'occhiata timida, sperando che le offrisse qualche notizia. Tutte le donne, e gli uomini, anche se cercavano di non darlo a vedere, bruciavano di curiosità. Avevano visto Iza raccogliere la piccola, e tutti avevano trovato un pretesto per avvicinarsi al giaciglio di pelliccia dopo che si erano accampati. Molte erano le congetture sul perché la bambina si trovasse lì, dove fosse il resto del suo popolo e, soprattutto, perché Brun avesse consentito a Iza di portarsi appresso una creatura che era ovviamente nata dagli Altri.
Ebra capiva meglio di chiunque altro la fatica che Brun stava sopportando. Era lei che gli massaggiava collo e spalle, nel tentativo di alleviargli la tensione, ed era lei che sopportava il peso del suo nervosismo, così raro nell'uomo che era il suo compagno. Brun era noto per la sua calma e lei sapeva che si rammaricava per le sue esplosioni, anche se si rifiutava di ammetterlo. Persino Ebra si domandava come mai avesse consentito che la piccola venisse con loro, soprattutto in un momento in cui ogni deviazione dal comportamento normale poteva accrescere la collera degli spiriti.
Per quanto curiosa, Ebra non fece alcuna domanda a Iza, e nessuna delle altre donne era di rango abbastanza elevato da prendere in considerazione l'idea. Nessuno disturbava una donna della medicina quando stava elaborando una sua magia, e Iza non aveva voglia di chiacchiere oziose. Era tutta concentrata sulla piccola che aveva bisogno del suo aiuto. Anche Creb provava interesse per lei, ma Iza era felice della sua presenza.
Osservò con silenziosa gratitudine lo sciamano mentre si trascinava verso la piccola svenuta, la scrutava pensieroso per un po', poi appoggiava il bastone contro un grande masso e tracciava su di lei movimenti fluidi con la sua unica mano, chiedendo agli spiriti benevoli di assisterla nella guarigione. Le malattie e gli incidenti erano silenziose manifestazioni della guerra degli spiriti, combattuta attraverso il corpo. La magia di Iza proveniva da spiriti protettivi che agivano attraverso di lei, ma nessuna cura era completa senza l'uomo sacro. La donna della medicina era solo un'intermediaria degli spiriti; lo sciamano intercedeva direttamente presso di loro.
Anche se non sapeva perché provava tanto interesse per una bambina così diversa dalla gente del Clan, Iza voleva che vivesse. Quando Mog-ur ebbe finito, lei la raccolse fra le braccia e la portò fino alla piccola pozza ai piedi della cascata. La immerse tutta, tranne la testa, e lavò via lo sporco e le croste di fango dal fragile corpo. Benché rianimata dall'acqua fresca, la bambina delirava. Si agitava e contorceva, gridando e borbottando suoni che mai la donna aveva sentito in vita sua. Se la tenne stretta mentre la riportava indietro, emettendo dei mormorii acquietanti che suonavano come ringhi sommessi.
Con delicatezza, ma anche con mano esperta, Iza lavò le ferite con un pezzo di pelle di lepre immerso nel liquido caldo in cui erano state bollite le radici di iris. Poi raccolse la polpa rossa, la mise direttamente sulle ferite, la coprì con la pelle di lepre e avvolse la gamba in strisce di morbida pelle di cervo per tenere a posto
Creb fece un gesto interrogativo in direzione delle ciotole. Non era una domanda diretta - nemmeno Mog-ur avrebbe posto apertamente alla donna della medicina un quesito sulla magia -, indicava semplicemente interesse. Iza non ne fu irritata; suo fratello, più di chiunque altro, apprezzava la sua conoscenza. Usava anche lui alcune delle sue stesse erbe per scopi diversi. Tranne che per i Raduni dei Clan dove incontrava altre donne della medicina, parlare con Creb era l'unica possibilità di discutere con qualcuno che possedesse le sue stesse cognizioni.
«Distrugge gli spiriti maligni che provocano il male della ferita», spiegò Iza a gesti, indicando l'infuso di iris. «Un impiastro di quella radice fa uscire i veleni e aiuta la ferita a guarire.» Raccolse la ciotola di osso e vi intinse un dito per controllare la temperatura. «Il trifoglio dà forza al cuore perché combatta gli spiriti maligni... lo stimola.» Iza usava poche parole quando parlava, e soprattutto per sottolineare qualche significato. La gente del Clan non era in grado di esprimersi abbastanza chiaramente per un linguaggio verbale completo, comunicava più che altro a gesti e a movimenti, ma il suo linguaggio a cenni era completo e ricco di sfumature.
«Il trifoglio è cibo. Lo abbiamo mangiato ieri sera», fece segno Creb.
«Sì», annuì Iza, «e anche stasera lo avremo. La magia è nel modo cui viene preparato. Basta bollirne un bel mazzo in poca acqua per estrarre quel che è necessario, e si buttano via le foglie.» Creb annuì, facendo segno di aver capito e lei proseguì. «La corteccia di ontano purifica il sangue, caccia via gli spiriti che l'avvelenano.»
«Hai preso qualcosa anche dalla tua borsa della medicina.»
«Luppolo in polvere, i coni maturi dalla peluria sottile per calmarla e farla dormire. Ha bisogno di riposo, mentre gli spiriti combattono.»
Creb annuì di nuovo; gli erano note le proprietà soporifere del luppolo che, usato diversamente, provocava uno stato moderato di euforia. Benché fosse sempre interessato ai trattamenti usati da Iza, raramente offriva informazioni sul modo in cui usava la propria magia delle erbe. Tale conoscenza esoterica era per Mog-ur e i suoi accoliti, non per le donne, nemmeno le donne della medicina. Sulle proprietà delle erbe Iza ne sapeva più di lui, e Creb temeva che si spingesse troppo lontano con le sue deduzioni. Sarebbe stato estremamente infausto se avesse intuito certi aspetti della sua magia.
«E l'altra ciotola?» domandò.
«È soltanto brodo. Questa povera creatura è morta di fame. Che cosa credi le sia successo? Da dove è venuta? Dov'è la sua gente? Deve aver vagato sola per giorni e giorni.»
«Solo gli spiriti sanno», rispose Mog-ur. «Sei sicura che la tua magia di guaritrice varrà su di lei? Non è del Clan.»
«Certo; anche gli Altri sono umani. Ricordi quando nostra madre parlò di quell'uomo dal braccio rotto, quello che sua madre aiutò? La magia del Clan funzionò anche su di lui, benché impiegasse più tempo del previsto a svegliarsi dalla medicina del sonno.»
«È un peccato che tu non l'abbia mai conosciuta, la madre di nostra madre. Era una donna della medicina talmente abile, che la gente veniva dagli altri Clan per vederla. È un peccato che se ne sia andata per entrare nel mondo degli spiriti tanto presto dopo la tua nascita, Iza. Fu lei a parlarmi di quell'uomo, e altrettanto fece il Mog-ur-prima-di-me. Rimase un po' con noi dopo essersi ripreso e cacciò col Clan. Doveva essere un gran cacciatore, gli fu concesso di partecipare a una cerimonia di caccia. È vero, sono umani, ma anche diversi.» Mog-ur si interruppe. Iza era troppo astuta, e lui doveva stare attento, altrimenti la donna avrebbe potuto cominciare a trarre qualche conclusione sui segreti rituali degli uomini.
Iza controllò di nuovo le ciotole, poi, appoggiandosi la testa della bambina sul grembo, le somministrò a piccoli sorsi il contenuto della ciotola di osso. Fu più facile darle il brodo. La straniera balbettava frasi incoerenti e tentava di allontanare la medicina dal gusto amaro, ma persino nel delirio il suo corpo affamato era avido di cibo. Iza la tenne così finché cadde in un sonno tranquillo. Aveva fatto del suo meglio. Ora dipendeva tutto dagli spiriti, e dalla forza interiore della piccola.
Iza vide Brun avanzare verso di lei, guardandola con disapprovazione. Lei si alzò in fretta e corse via per aiutare a servire il pasto. Dopo la sua iniziale riflessione, Brun aveva cancellato la bambina dalla sua mente, ma ora stava avendo un ripensamento. Nonostante la consuetudine di distogliere lo sguardo per non vedere gli altri quando conversavano, non aveva potuto fare a meno di notare i commenti del suo Clan. E anche il suo stupore perché lui aveva consentito che la piccola venisse con loro. Cominciò a temere che la presenza della forestiera scatenasse la collera degli spiriti. Deviò per intercettare la donna della medicina, ma Creb lo vide e gli si parò davanti.
«Che c'è, Brun? Sembri preoccupato.»
«Iza deve lasciare qui quella bambina, Mog-ur. Non è del Clan; agli spiriti non piacerà che resti con noi mentre cerchiamo una nuova caverna. Non avrei mai dovuto permettere a Iza di portarla con sé.»
«No, Brun», lo contraddisse Mog-ur. «La gentilezza non incollerisce gli spiriti protettivi. Tu conosci Iza, non sopporta di vedere qualcuno che soffre senza cercare di alleviarne il dolore. Non credi che gli spiriti conoscano anche lei? Se non avessero voluto che Iza l'aiutasse, la piccola non sarebbe stata messa sul suo cammino. Deve esserci una ragione. Forse la bambina morrà comunque, Brun, ma, se il Grande Orso vuole chiamarla nel mondo degli spiriti, lascia che sia lui a decidere. Non interferire. Morrà sicuramente se la lasceremo qui.»
Brun non era soddisfatto - qualcosa in quella bambina l'inquietava - ma, rimettendosi a Mog-ur e alla sua superiore conoscenza del mondo degli spiriti, acconsentì.
Dopo il pasto, Creb sedette in un silenzio contemplativo, aspettando che tutti finissero di mangiare in modo da poter cominciare la cerimonia notturna, mentre Iza gli sistemava il giaciglio e faceva i preparativi per il mattino. Mog-ur aveva proibito che uomini e donne dormissero insieme finché non avessero trovato la nuova caverna, così che gli uomini potessero concentrare le loro energie sui rituali e tutti sentissero di compiere uno sforzo che li avrebbe portati più vicini alla nuova dimora.
A Iza non importava; il suo compagno era fra quelli rimasti uccisi nel crollo della caverna. Lo aveva pianto adeguatamente alla sepoltura - comportarsi diversamente avrebbe portato sventura -, ma non le dispiaceva che se ne fosse andato. Non era un segreto per nessuno che era stato crudele ed esigente. Non c'era mai stato alcun calore fra di loro. Ignorava quale decisione avrebbe preso Brun nei sui confronti ora era rimasta sola. Qualcuno doveva provvedere e lei e al figlio che portava: si augurava soltanto di poter ancora cucinare per Creb.
Egli aveva diviso il loro focolare fin dall'inizio. Iza intuiva che nemmeno lui aveva simpatia per il suo compagno, anche se non aveva mai interferito. Per lei era sempre stato un onore poter cucinare per Mog-ur, ma in più aveva sviluppato, per il fratello, un vincolo d'affetto come quello che molte donne arrivano a provare per il compagno.
Talvolta provava pena per Creb; avrebbe potuto avere una sua compagna se l'avesse voluta. Ma lei sapeva che, nonostante il suo grande potere e la sua posizione elevata, nessuna donna aveva mai guardato senza ripugnanza il suo corpo deforme e la sua faccia sfigurata, ed era certa che lui ne era ben consapevole. Non aveva mai preso una compagna, si era sempre tenuto in disparte. Il che esaltava la sua figura. Tutti, uomini compresi, con la possibile eccezione di Brun, temevano Mog-ur o lo consideravano con rispetto misto a timore. Tutti tranne Iza, che ne conosceva la dolcezza e sensibilità fin dalla nascita. Era un aspetto della sua natura che raramente si rivelava.
Ed era proprio quell'aspetto della sua natura che stava occupando la mente del grande Mog-ur in quel momento. Anziché meditate sulla cerimonia della sera, stava pensando alla bambina. Spesso aveva avuto curiosità per la sua razza, ma la gente del Clan evitava gli Altri il più possibile, e mai aveva visto uno dei loro piccoli. Mog-ur sospettava che, se la bambina era stata ritrovata sola, doveva dipendere dal terremoto benché lo sorprendesse che gli Altri si fossero spinti tanto vicino. In genere se ne stavano assai più a nord.
Notando che alcuni uomini cominciavano a lasciare l'accampamento si tirò in piedi, aiutandosi col bastone, in modo da poter sovrintendere ai preparativi. Il rituale era una prerogativa e un dovere maschile. Partecipare alla vita religiosa del Clan solo di rado era consentito alle donne bandite da questa cerimonia. Non poteva accadere disgrazia peggiore che una donna assistesse ai riti segreti degli uomini. Non solo avrebbe portato sfortuna, ma avrebbe cacciato gli spiriti protettivi. L'intero Clan sarebbe morto.
Ma questo pericolo era molto improbabile. A nessuna donna mai sarebbe venuto in mente di avventurarsi nei pressi del luogo dove si teneva un rituale tanto importante. Anzi, aspettavano grate quella pausa di rilassamento, libere dalle costanti richieste degli uomini e dall'esigenza di comportarsi con decoro e rispetto.
Le donne si affidavano agli uomini perché le guidassero, assumessero le responsabilità, prendessero le decisioni importanti. Il Clan era cambiato tanto poco, in quasi centomila anni, che ere ormai incapace di cambiare, e comportamenti che un tempo erano stati dettati dalla necessità si erano consolidati geneticamente. Uomini e donne accettavano i loro ruoli senza ribellarsi, privi di ogni flessibilità, erano incapaci di assumerne altri. Non avrebbero cercato di modificare i loro rapporti, così come non avrebbero cercato di farsi crescere un braccio in più o di cambiare la forma del loro cervello.
Dopo che gli uomini se ne furono andati, le donne si raccolsero intorno a Ebra, sperando che Iza si unisse presto al gruppo, per soddisfare la loro curiosità, ma Iza era sfinita e non voleva lasciare
«Una creatura strana», pensava. «Anche brutta. Con questa faccina pallida e la grande fronte prominente e quella strana sporgenza d'osso sotto
Mog-ur se ne stava un po' in disparte mentre ciascun uomo arrivava e prendeva posto dietro una delle pietre che erano state disposte in un piccolo cerchio all'interno di un più ampio cerchio di torce. Erano sulla steppa aperta, lontano dal campo. Lo sciamano attese che tutti gli uomini si fossero seduti, e un poco ancora, poi entrò nel mezzo del cerchio portando una fiaccola ardente di legno aromatico, che infilò in terra davanti al posto vuoto segnato dal suo bastone.
Si erse sulla gamba buona nel centro del cerchio e scrutò intensamente sopra le teste degli uomini, nel buio, con uno sguardo trasognato, come se con quell'occhio solo vedesse un mondo nascosto agli altri. Avvolto nella sua pesante pelle di orso delle caverne - un mantello che copriva la strana sagoma del suo corpo asimmetrico -, era una presenza imponente e allo stesso tempo stranamente irreale. Un uomo, e tuttavia, con quella sua figura distorta, non proprio un uomo; non più o non meno di un uomo, ma qualcosa di diverso. Le sue stesse deformità gli conferivano qualcosa di sovrannaturale che, mai come quando lui conduceva un cerimoniale, destava tanto timore.
Improvvisamente, con gesto da mago, esibì un cranio. Lo sollevò alto sopra la testa. col forte braccio sinistro e lo fece girare lentamente intorno in un cerchio completo così che ognuno potesse vedere quella forma grande, caratteristica, dall'alta calotta. Gli uomini rimasero a fissare il cranio dell'orso delle caverne che scintillava, bianco, alla luce baluginante delle torce. Mog-ur lo collocò davanti alla piccola torcia infissa nel terreno e si abbassò dietro di esso, completando il cerchio.
Un giovane seduto accanto a lui si alzò e raccolse una ciotola di legno. Aveva oltre undici anni e la sua cerimonia della virilità era stata tenuta poco prima del terremoto. Guv era stato scelto come accolito quando era bambino e aveva spesso assistito Mog-ur nei preparativi ma gli accoliti non potevano partecipare a una vera cerimonia finché non diventavano uomini. Guv aveva esercitato il suo nuovo ruolo per la prima volta dopo che avevano iniziato la ricerca della nuova dimora, ed era ancora molto nervoso.
Per Guv, trovare una nuova caverna aveva un significato particolare. Era l'occasione per imparare, dal grande Mog-ur in persona, i particolari della cerimonia raramente praticata e difficile da descrivere che rendeva una caverna accettabile come dimora. Da bambino aveva temuto lo sciamano, benché si rendesse conto dell'onore di essere prescelto. Pian piano, però, aveva imparato che lo storpio non era solo il più abile Mog-ur di tutti i Clan, ma aveva un cuore gentile dietro il volto austero. Guv rispettava il suo maestro e l'amava.
Appena Brun aveva dato l'alt, l'accolito aveva cominciato a preparare la bevanda nella ciotola. Come prima cosa, aveva pestato piante intere di datura fra due pietre. Il difficile era valutare la quantità e proporzione di foglie, steli e fiori da usare. Sulle piante ridotte in polvere era stata versata l'acqua bollente, e il miscuglio lasciato in infusione fino alla cerimonia.
Guv aveva versato il forte infuso di datura nella speciale ciotola cerimoniale, stringendola fra le dita, appena prima che Mog-ur facesse il suo ingresso nel cerchio, e sperò ansiosamente che l'uomo sacro gli facesse un cenno di approvazione. Mentre Guv gliela porgeva, Mog-ur ne prese un sorso, annuì soddisfatto, e bevve, e Guv emise un impercettibile sospiro di sollievo. Poi portò la ciotola a ciascuno degli uomini secondo il rango, a cominciare da Brun. Lui la reggeva mentre loro bevevano, controllando la porzione che ognuno consumava, e infine bevve per ultimo.
Mog-ur attese che anche lui prendesse posto, poi diede un segnale. Gli uomini cominciarono a battere ritmicamente sul terreno l'impugnatura delle lance. Il rumore sordo sembrò crescere d'intensità fino a cancellare ogni altro suono. Avvinti da quel pulsare cadenzato, si alzarono in piedi e cominciarono e muoversi ritmicamente. L'uomo sacro fissava il cranio, e il suo sguardo intenso attirò l'attenzione degli altri verso la sacra reliquia come se ubbidissero a un suo comando. Il sincronismo era importante, ed egli era un maestro di sincronismo. Attese che l'aspettativa arrivasse al parossismo - un attimo ancora e quell'intensità sarebbe scomparsa -, poi si voltò a guardare il fratello, l'uomo che guidava il Clan. Brun si accovacciò di fronte al teschio.
«Spirito del Bisonte, totem di Brun», esordì Mog-ur. In realtà pronunciò una parola sola: «Brun.» Il resto lo disse a gesti, con la sola mano, e non vocalizzò altro. Movimenti formalizzati, l'antico linguaggio non-verbale usato per comunicare con gli spiriti e con altri Clan le cui poche parole gutturali e i quotidiani gesti delle mani erano diversi, furono tutto quel che seguì. Con simboli silenziosi, Mog-ur implorò lo Spirito del Bisonte di perdonarli per qualsiasi torto avessero commesso contro di lui e invocarono il suo aiuto.
«Quest'uomo ha sempre onorato gli Spiriti, Grande Bisonte, sempre preservato le tradizioni del Clan. Quest'uomo è un capo forte, un capo saggio, un capo equo, un buon cacciatore, un uomo controllato, provvido, degno del Potente Bisonte. Non abbandonarlo. Guida questo capo verso una nuova dimora, un luogo dove lo Spirito del Bisonte possa essere in pace. Questo Clan implora l'aiuto del suo totem», concluse l'uomo sacro. Poi guardò il suo secondo di grado. Mentre Brun si allontanava, Grod si accovacciò di fronte al cranio dell'orso delle caverne.
«Spirito dell'Orso Bruno, totem di Grod», cominciò di nuovo Mog-ur, e ripeté un'analoga supplica formale per il totem di Grod; e poi fu così col resto degli uomini, a turno. Continuò e fissare il cranio dopo che ebbe finito, mentre gli uomini battevano ritmicamente le loro lance per terra, così che l'aspettativa crebbe di nuovo.
Tutti sapevano quel che sarebbe successo ora: la cerimonia non mutava mai; era la stessa, notte dopo notte, ma l'aspettativa non scemava mai. Aspettavano che Mog-ur invocasse lo Spirito del Grande Orso delle Caverne, il suo totem personale e il più venerato di tutti gli spiriti.
Quello non era soltanto il totem di Mog-ur; era il totem di tutti, e più di un totem. Era il Grande Orso che aveva fatto di loro un Clan. Ere lo spirito supremo, supremo protettore. La venerazione per l'Orso delle Caverne era il fattore comune che li univa, la forza che cementava tutti i Clan autonomi, separati, in un solo popolo, il Clan dell'Orso delle Caverne.
Quando lo sciamano da un occhio solo giudicò che fosse venuto il momento, fece il segnale. Gli uomini smisero di battere le lance per terra, e sedettero dietro le loro pietre, ma l'intenso ritmo pulsante era rimasto loro nel sangue e risuonava ancora nella loro mente.
Mog-ur cercò in un sacchetto ed estrasse un pizzico di spore di licopodio. Tenendo la mano sopra la piccola torcia, si chinò in avanti e soffiò, lasciando allo stesso tempo cadere le spore sopra la fiamma; queste presero fuoco e piovvero spettacolarmente intorno al cranio in una luminosità al magnesio, in violento contrasto con l'oscurità.
Il cranio scintillava, sembrava prender vita per gli uomini le cui percezioni erano acuite dagli effetti della datura. Una civetta stridette su un albero vicino, apparentemente ubbidendo a un ordine, aggiungendo quel suono sinistro allo splendore sovrannaturale.
«Grande Orso, protettore del Clan», fece lo sciamano coi gesti formali, «indica a questo Clan una nuova dimora così come un tempo, l'Orso delle Caverne mostrò al Clan come vivere nelle caverne e vestirsi di pelliccia. Proteggi il tuo Clan dalla Montagna di Ghiaccio, e dallo Spirito della Neve Granulosa che l'ha originata, e dallo Spirito della Tempesta, suo compagno. Questo Clan supplica il Grande Orso delle Caverne perché nessun male lo colga mentre è senza dimora. Venerato Orso delle Caverne, il tuo Clan, la tua gente, chiede allo Spirito dell'Orso Potente di unirsi a loro mentre compiono il viaggio verso l'inizio.»
E, allora, Mog-ur usò il potere del suo grande cervello.
Quel popolo primitivo, quasi sprovvisto di lobi frontali, il linguaggio limitato da organi vocali scarsamente sviluppati, ma dotato di un enorme cervello - più grande di quello delle altre generazioni, viventi o ancora da venire -, costituiva un caso straordinario. Era la massima espressione di un ramo dell'umanità il cui cervello era sviluppato nelle regioni posteriori della testa, l'occipitale e la parietale, che controllano sensibilità visiva e i fenomeni sensoriali, e memorizzano.
Era la memoria a renderlo straordinario. Raccolte nella parte posteriore dei grandi cervelli non erano soltanto le memorie individuali, quelle dei loro progenitori. Potevano ricordare il sapere appreso dai loro antenati e, in particolari circostanze, spingersi ancora oltre: fondersi in quella memoria che era identica per tutti e unire le menti, telepaticamente.
Ma solo nel formidabile cervello dello storpio quel dono era completamente sviluppato. Creb, il timido, gentile Creb, cui il grande cervello aveva deformato il corpo, aveva, come Mog-ur, imparato a usare il potere di quel cervello per fondere le entità separate intorno a lui in una sola mente e dirigerla. Poteva portarli in qualsiasi punto della loro eredità razziale, farli diventare, nella mente, uno qualsiasi dei loro progenitori. Egli era il Mog-ur. Il suo era potere vero, non limitato a trucchi di luci, a euforia indotta dalle erbe. Quelli servivano solo a creare il clima e metterli in grado di accettare la sua direzione.
In quella notte buia, silenziosa, punteggiata di stelle antiche, alcuni uomini sperimentarono cose impossibili a descriversi. Non le videro soltanto, le vissero. Provarono le sensazioni, videro coi loro occhi, e ricordarono l'inizio sepolto nel tempo. Nel profondo delle loro menti ritrovarono i cervelli non sviluppati di creature marine che galleggiavano nel loro caldo ambiente salino. Sopravvissero alla sofferenza del primo respiro nell'aria e diventarono anfibi, condividendo entrambi gli elementi.
Poiché veneravano l'Orso delle Caverne, Mog-ur evocò un mammifero primordiale - l'antenato che aveva generato entrambe le specie e un'infinità di altre - e fuse l'unità delle loro menti con l'inizio dell'orso. Poi, lungo lo scorrere delle ere, quegli uomini diventarono in successione ciascuno dei loro progenitori, e videro quelli che, divergendo, assunsero altre forme. Così si resero conto del loro rapporto con tutta la vita sulla terra, e la venerazione che ne derivava anche per gli animali che uccidevano e consumavano costituiva la base della parentela spirituale coi loro totem.
Tutte le loro menti si muovevano come una sola e, soltanto nell'avvicinarsi al presente, si separarono nei loro immediati antenati e infine in se stessi. Sembrava fosse passata un'eternità. E in un certo senso era così, mentre solo una breve parentesi di tempo reale era trascorsa. Man mano che ciascun uomo tornava in sé, silenziosamente si alzava e se ne andava per cercare il proprio giaciglio e un profondo sonno senza sogni, poiché i suoi sogni erano già stati consumati.
Mog-ur fu l'ultimo. In solitudine meditò sull'esperienza e dopo un po' provò un'inquietudine familiare. Potevano conoscere il passato con una profondità e grandiosità che esaltava l'anima, ma lui avvertiva una limitazione in cui mai gli altri si imbattevano. Non potevano vedere davanti a loro. Nemmeno pensare il tempo a venire. Soltanto lui aveva una vaga intuizione di quella possibilità.
Il Clan non poteva concepire un futuro diverso dal passato, non poteva escogitare innovazioni per il domani. Tutta la sua conoscenza, ogni cosa che faceva, era una ripetizione di quanto era stato fatto prima. Persino immagazzinare il cibo per la cattiva stagione era il risultato di un'esperienza passata.
Un tempo molto lontano le innovazioni erano più facili a prodursi, quando una pietra aguzza dava a qualcuno l'idea di spaccare appositamente un sasso per renderlo acuminato; quando, sentendo diventare calda l'estremità di un bastoncino secco, sfregandolo, a qualcuno veniva in mente di farlo roteare ancor più vorticosamente, per vedere fino a che punto si riscaldava. Man mano che le memorie si accumulavano, affollandosi e accrescendo la capacità del loro cervello di preservarle, i cambiamenti erano più difficili. Non c'era più spazio per nuove idee da aggiungere al loro cumulo di memorie, le loro teste erano già troppo grosse. Le donne avevano difficoltà a partorire; non potevano permettersi nuove conoscenze che avrebbero ulteriormente ingrossato i cervelli dei nascituri.
I membri del Clan vivevano alla luce di una tradizione immutabile. Ogni aspetto della loro vita dall'epoca in cui nascevano fino a quando venivano chiamati nel mondo degli spiriti era circoscritto dal passato.
Erano lenti ad adattarsi. Le invenzioni erano casuali e spesso non utilizzate. Se qualcosa di nuovo accadeva, poteva essere aggiunto al loro patrimonio di informazioni; ma il cambiamento veniva realizzato solo con grande sforzo e, una volta che era loro imposto, seguivano il nuovo corso inflessibilmente. Diventava troppo arduo modificarlo ancora. Ma una razza senza spazio per apprendere, senza spazio per crescere, non era più equipaggiata per un ambiente intrinsecamente destinato a mutare, ed era ormai giunta al punto in cui le era impossibile svilupparsi diversamente. Quello sarebbe toccato a una forma più recente, un diverso esperimento della natura.
Mentre Mog-ur sedeva solo sulla pianura aperta osservando le ultime torce crepitare e poi morire, pensò alla strana bambina che Iza aveva trovato, e la sua inquietudine crebbe fino a diventare disagio fisico. Già avevano incontrato membri di quella razza, ma solo di recente, secondo la sua nozione del tempo, e non molti di quegli incontri casuali erano stati piacevoli. Da dove venissero era un mistero - erano da poco giunti nella loro terra -, ma dal loro arrivo le cose erano andate cambiando. Sembravano portare il cambiamento con sé.
Creb si strinse nelle spalle, come per scrollarsi di dosso quell'inquietudine, avvolse con cura nel suo mantello il cranio dell'orso delle caverne, prese il bastone e si trascinò verso il suo giaciglio.
















