Aspettare
La notte era blu scuro screziato di nuvole nere. Appariva cupa, nonostante le luci del campo sportivo che torreggiavano sopra di me lanciassero sull’erba fasci di luce nei quali insetti vari si incontravano e davano vita ad una danza probabilmente mortale.
Le mie spalle erano appoggiate ad un palo del capannone scalcagnato sotto il quale avevo appena cenato. Mi stavo sporcando tutta la canottiera, ma non me ne importava poi tanto. Ero cullata dalla musica che proveniva da dietro di me, musica di gente sconosciuta.
Non male.
Sorseggiai lo sgroppino. Il sapore metallico inumidì le mie labbra, facendomi trasalire. L’alcool si sentiva forte, per essere un sorbetto al limone atto a chiudere in bellezza una cena a base di costicine, salsicce e polenta. Anche se quest’ultima non mi è mai piaciuta.
Chiusi gli occhi, passandomi la lingua sulle labbra. Respirai a fondo l’aria fresca della sera.
L’erba era alta e mi entrava nei sandali bianchi in pelle. Suoni. Rumori. Voci. Un gruppo di ragazzi mi osservava. Quello lo conoscevo. Almeno credo.
Il buio rendeva tutto più difficile da delineare. Volti, persone, auto, biciclette, alberi. Tutto era più nascosto, confuso. Mi accorsi di amare quel buio. Ne ero avvolta, lo sentivo addosso e dentro di me, nei muscoli, nelle ossa.
Sì, freddo. Respirai anche quello. Le foglie umide mi sfiorarono la testa. Deglutii.
Non sapevo se sentirmi bene o male. Guardai l’orologio. Un giorno di schifo. Ma forse con quella serata mi stava passando la sbornia da letto che avevo accumulato nel pomeriggio.
Afferrai il palo. Strinsi. Inspirai profondamente. Desiderai…che cosa?
Qualsiasi cosa.
Che la mia vita andasse meglio.
Che i casini di famiglia dei tuoi amici si mettessero a posto.
Desiderai smetterla una volta per tutte di combattere contro me stessa e contro la mia natura.
Smetterla di piangermi addosso inutilmente.
Di parlare per niente.
Di pensare, soprattutto. Volevo piantarla di pensare una volta per tutte.
Visualizzai nella mente Alaska, il mio micio bianco. Non so perché proprio lui. Forse perché è il più pauroso.
Quasi quasi, meglio essere un gatto: dormire, mangiare, andare in cerca di coccole, perdere pelo sui divani, guardare i padroni con occhioni dolci.
Però è sbagliato. Non potrò mai essere come un gatto, perché non so avere un padrone. Non ne sono capace. Forse è proprio questo il mio problema.
Volevo una risposta, in realtà.
Dal buio. Da una telefonata che non stavo aspettando. Da Dio. Da quella Citroen rossa che fissavo senza un motivo particolare.
Chiunque. Chiunque avesse una risposta.
Chiunque avesse una buona o anche una cattiva notizia.
Semplicemente, aspettavo.
La luna era nitida e arancione, e mi osservava. Io la guardavo. Sfidavo la luna. La sua falce affilata sembrava quella della morte in persona.
















